Carlo Lorenzini (Collodi).
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Un romanzo in vapore.
Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica.
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INTRODUZIONE E NOTE.
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2010. Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini. PISTOIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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INTRODUZIONE. di ELVIO GUAGNINI.
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Di fronte a perentorie e talvolta arroganti definizioni del postmoderno, si  presi dalla voglia di tornare un po' indietro nel tempo e verificare la ripetizione ciclica (anche se mai, ovviamente, identica) di tecniche e modalit dei vari ri-usi, riciclaggi, smontaggi e rimontaggi di attrezzature di generi diversi in vista di altre progettualit. Magari prendendone, ironicamente, le distanze e facendone, parodisticamente, il verso. Talvolta solo per fare il verso, come le boccacce dei bambini, e, perch no, dei grandi. Altre volte, per fini euristici, sperabilmente, di invenzione. O, magari, per una ricerca originale, una volta metabolizzato il passato: perch, senza metabolizzazione, non c' novit. Il patchwork non  niente. Bisogna far proprie le contraddizioni per essere poeta, diceva Slataper, alle prese col tentativo di comporre, e, appunto, metabolizzare, contraddizioni forse difficilmente componibili.
La contaminazione dei generi dovrebbe essere, dicono i saggi, una delle caratteristiche del postmoderno. A dire il vero, non  una novit. Forse la letteratura  andata avanti per contaminazioni. Quando, alla mia scuola, mi volevano far capire la differenza tra la precedente letteratura epica e il romanzo cavalleresco, mi citavano versi di Boiardo e di Ariosto nei quali il ciclo arturiano e quello carolingio, epica e cavalleria, si intrecciavano. E diventavano anche oggetto di ironia, soprattutto nell'Ariosto. Il fascino dello studio della letteratura era proprio in scoperte di questo genere.
La storia di Carlo Lorenzini narratore, che poi produrr quel Pinocchio che  un capolavoro ineguagliato di originalit,  tutta una storia di scrittore che si fa le ossa con i generi della tradizione, li viola, li contamina, li adopera, ne fa la parodia, li ironizza, li piega ai propri fini. Postmoderno? Non avrei dubbi, visto il trend critico, come si usa dire. Ed  perci che Un romanzo in vapore  un libro che si presterebbe bene a
qualche seminario di universit sul tema del postmoderno.  la prima opera narrativa di Carlo Lorenzini, cio Collodi (come l'autore cominci a firmare i suoi scritti nel 1856, prendendo come pseudonimo letterario il nome del paese - vicino a Pescia - dove abitava la madre). Il volume, pubblicato dalla Tipografia di Giuseppe Mariani a Firenze, venne per firmato Carlo Lorenzini, con il titolo Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica.
Si deve a Daniela Marcheschi se quest'opera fino allora poco nota, salvo un'antologizzazione di alcune pagine, e difficilmente reperibile, approd sui tavoli degli studiosi nel 1987 in riedizione anastatica(1). Un testo dalla natura molto complessa anche in ragione del progetto e del programma dell'Autore.
 un titolo - si  visto - articolato in tre parti. Nel primo tratto, si fa cenno a un romanzo, a un testo di carattere narrativo. Nel secondo tratto, si rinvia a un percorso, e quindi si accenna al carattere di viaggio del testo. Il terzo tratto intende definire la natura di guida del libro; ma anche, poi, il suo carattere. Storiche, in genere, le guide lo sono un po' tutte (qualcuna anche, su questo piano, erudita); l'indicazione umoristica rinvia a un carattere diverso, eterodosso, in rapporto sia alla tradizione delle guide sia a quella della letteratura di viaggio. Oggi, certo, il discorso  diverso: vi sono anche guide umoristiche, che prendono di mira in particolare gli stereotipi, le generalizzazioni del giudizio sugli abitanti di un territorio (ci sono anche delle collane costruite su questo programma).
Un altro motivo di novit del libro di Collodi riguarda il mezzo con cui il viaggio  compiuto: il treno. Quasi una novit, nei trasporti, soprattutto per il fatto che le comunicazioni terrestri - con il treno - diventano potenzialmente di massa. Anche se, nel treno, venivano mantenute le differenze di classe (ve n'erano ben quattro, di prezzo e qualit diverse, come apprendiamo dalle pagine di questa guida), diversamente da quanto sarebbe accaduto pi tardi con il tram (si veda, per questo, La carrozza di tutti di Edmondo De Amicis, del 1899) dove le classi erano abolite e si realizzava una coabitazione di tutte le stratificazioni sociali dei passeggeri.
L'editoria per un pi largo pubblico, in Europa come in Italia, aveva cominciato a interessarsi ai viaggi nella prima met dell'Ottocento (per l'Italia, si pensi ai viaggi pubblicati da Sonzogno) cio da quando comincia il turismo di massa che avrebbe avuto una ricaduta anche in quest'ambito. Da quando Thomas Cook, il 5 luglio 1841, port 570 persone da Leicester a Loughborough e ritorno, dieci miglia al costo di uno scellino, che comprendeva anche un'orchestrina di ottoni e il t con pasticcini all'arrivo(2). Cos cominciava l'era del turismo di massa. E da qualche anno era cominciata anche l'era dei manuali di viaggio: da quando, nel 1820, l'editore John Murray aveva commissionato a Marianna Starke, un'esperta viaggiatrice, un manuale per viaggiare in Europa. L'iniziativa ebbe un successo cos rilevante che le guide Murray divennero parte integrante del bagaglio del viaggiatore che si accingesse a intraprendere un tour nei paesi europei.
In questa vicenda, bisogner ricordare il ruolo di Karl Baedeker che, a Coblenza, cominci a pubblicare nel 1836 guide di grande precisione; e del figlio Friedrich che - a Lipsia - avrebbe sviluppato tale genere di attivit con testi anche inglesi e francesi. Guide che assunsero una notoriet e diffusione tale che il cognome di questi editori sarebbe diventato, antonomasticamente, il termine per indicare la guida turistica.
Non solo. Ma, come ricorda AVolfgang Schivelbusch nelle pagine dedicate alla letteratura in treno della sua Storia dei viaggi in ferrovia(3), l'intensificazione dei viaggi si tradusse anche in un incremento della letteratura da leggere durante i viaggi e in un moltiplicarsi delle librerie specializzate per viaggiatori collocate nelle stazioni ferroviarie, dove, tra i generi offerti in lettura, vi erano le guide e i racconti di viaggio.
Il Romanzo in vapore di Collodi nasce come opera su commissione. Nella nota introduttiva alla citata ristampa anastatica, Daniela Marcheschi ricorda il necrologio di Collodi pubblicato da Yorick sulla Domenica Fiorentina del 2 novembre 1890: in cui si diceva che quest'opera, definita allegra, umoristica, senza n capo n coda, sarebbe stata stampata per un certo Riva [ma, come sappiamo, da Giuseppe Mariani] tipografo e proprietario della Gazzetta dei Tribunali; che stampava, a quei tempi, l'Orario della strada ferrata e voleva un libretto da vendersi nelle stazioni, per leggere in treno, che potesse divertire servendo nello stesso tempo da Guida in viaggio, e illustrando le citt dove la locomotiva faceva sosta e le campagne e i villaggi che si potevano vedere dal finestrino del vagone(4).
Interessante, in particolare, la segnalazione di possibili canali di pubblicizzazione editoriale e divulgazione in cui questo libro curioso del Lorenzini (guida e racconto) avrebbe dovuto inserirsi. Come ha opportunamente ricordato Renato Bertacchini, scrivere, per Collodi giornalista, vuol dire rendersi disponibile di fronte ad un'occasione. Nel caso della guida-romanzo significa sfruttare, senza troppi scrupoli, la trovata del nome, l'appiglio indovinato e aggiornato della trappoleria bella e buona del titolo Un romanzo in vapore(5), E, aggiungerei, significava saperlo fare
- come fece Collodi - con originalit e intelligenza costruttiva.
Il libro ha un'articolazione originale anche sotto il profilo della struttura. Credo, davvero, un unicum, almeno dal punto di vista della realizzazione, che vedeva accostate parti informative piuttosto anonime a momenti narrativi di grande vivacit.
Nelle pagine iniziali troviamo dati riguardanti le strade ferrate italiane dell'epoca: del Lombardo-Veneto, del Piemonte, della Toscana, dello Stato Pontificio, del Regno delle Due Sicilie. Vi sono anche dati che riguardano i telegrafi installati, in genere, lungo le Strade Ferrate e, nel caso di una loro assenza, lungo le strade postali.
In appendice, si possono invece trovare informazioni che potevano essere interessanti per il viaggiatore che intendesse muoversi sulla linea Leopolda - cio sulla linea ferroviaria che collegava Firenze a Livorno (detta Leopolda, perch promossa da Leopoldo secondo, Granduca di Toscana). Il titolo di queste pagine finali era Guida civile e commerciale delle citt di Firenze, Pisa e Livorno e comprendeva indicazioni e indirizzi riguardanti, tra le altre voci, le Amministrazioni Pubbliche e Private, Negozianti e Spedizionieri, Banchieri, Negozianti di Panni di Lana, Chincaglieri, Negozianti di Manifatture e generi di Moda, Modiste, Negozianti di Gioie e Gioiellieri, Negozianti di Quadri, Stampe, con depositi di Oggetti di Belle Arti, e Calcografie, Pittori, Scultori, Fabbricanti di Mosaici e Lavori a Scagliola, Intagliatori. E poi, ancora, Tipografie, Fotografie, Negozianti di carta e cartolai, Negozianti di Libri, Medici, Locande, Trattorie e Ristoratori, Fabbriche di Birra, Bagni, Caff, Consoli e Vice-Consoli Esteri, ecc.
La testimonianza di Yorick ricordava anche l'aspetto allegro, umoristico, del libro. Perch Lorenzini avrebbe voluto creare per il viaggiatore anche motivi di divertimento, interpretando a suo modo la proposta dell'editore, anzi, veramente (per come ci viene presentata alla fine del capitolo 19), la proposta all'editore da parte dell'autore (poi un patto tra i due), dopo aver verificato, nel colloquio, che gran parte dei fiorentini, che forse sono andati le quaranta e le cinquanta volte da Firenze a Livorno, ne sanno anche meno di te, circa gli avvenimenti che s'incontrano su quello stradale. Da ci, dunque, la proposta di una speculazione:
- Facciamo una guida della Strada ferrata Leopolda.
- Facciamola pure: ma nessuno la comprer.
- Lo credi?
- Ne sono sicuro: facciamo piuttosto un romanzo.
- Come c'entra il romanzo col vapore?
- C'entra benissimo: anzi, il titolo non potrebbe esser pi seducente: Un romanzo in vapore! Bello! magnifico! nuovo! stupendo!
- Calmati e ascolta: io penser a metterti insieme la Guida: in quanto poi al romanzo...
- Facciamo una cosa, la Guida intitoliamola Romanzo!...
-  una trappoleria bella e buona!
- Soffrite per caso di scrupoli?...
- Ho capito!...
E cos ci lasciammo; e per tutto contratto, ci stringemmo la mano, con una buona scossa all'americana.
Lo scherzo di Collodi , naturalmente, un piccolo trattato di sociologia letteraria, di metasociologia letteraria in forma di aneddoto. Con l'Autore che indaga sui lettori e sulla loro cultura, contratta con l'Editore, propone speculazioni e compromessi, suscita interrogativi deontologici e poi, alla fine, deve arrendersi alle logiche dell'editoria:
Giunto a casa [...] Pescai l'argomento: disposi la tela: gettai gi i primi capitoli, eppoi... eppoi mi accorsi che l'editore mi aveva fatto una specie di letto di procuste (lungo appena dieci fogli) nel quale era impossibile che la Guida e il Romanzo potessero entrare simultaneamente, senza prendere il disperato partito o di mozzare le gambe all'uno, o di scorciare il collo e la testa all'altra. Fra i due mali, scelsi il minore, e credetti ben fatto di amputare le gambe al Romanzo.
Ed ora, se il romanzo non  andato avanti, di chi  la colpa?...
Splendida conclusione interrogativa, che propone una congettura. E che, con ironia, offre una rivelazione (scherzosa) circa gli esiti di un incontro tra Autore ed Editore, quando si tratti di mercato.
Del resto, tutto il libro  originale. Di una originalit che ci fa capire che Collodi aveva capito tante cose della civilt in cui viveva e delle sue trasformazioni (non solo di costume).
Il vapore? Certo. Bellissima invenzione ma anche fenomeno che ha (e avr) riflessi sulla civilt moderna, sullo sviluppo della societ industriale, anche in termini di costume e di cultura. Ecco, allora, un Lorenzini alle prese con l'America, l'avamposto di una mentalit moderna destinata ad avere ricadute sensibili sulla mentalit europea.
E, infatti, Yincipit del vero e proprio romanzo  un capitolo primo, intitolato Un motto degli Americani, nel quale, dopo un lungo tira e molla relativo al fatto che non lo stile (come sosteneva Buffon), ma il motto,  l'uomo, il discorso si conclude con l'affermazione che basta un motto, basta un aforismo o una sentenza, perch un uomo si riveli tutt'intero quant'egli , agli occhi dei presenti e dei futuri.
Interessante anche quando si considera che il motto  un dagherrotipo, uno specchio che riflette l'individuo, l'epoca e il paese.
Il popolo mercante e il secolo banchiere hanno fatto proprio il motto Time is money, cio II tempo  moneta: la formula, che sembra rappresentare l'epoca attuale, coniata dagli Americani e trasmessa alla vecchia Europa; il grido d'allarme, l'hourra di tanti milioni d'uomini, che corrono, baionetta in canna, all'aumento della Borsa, lo storico Vello d'oro degli Argonauti moderni.
Digressione? Piuttosto  un modo di ragionare sulla civilt moderna e sul cambiamento di mentalit e di valori. Sicch, dir Collodi, al posto delle buone azioni ora sono venute in primo piano le azioni di banca e le azioni delle strade ferrate. E il nuovo patto di solidariet, il nuovo amalgama tra i popoli,  il libro del dare e dell'avere; e l'attivit dei nostri tempi resulta dalla guerra sorda, incessante, che si fanno fra loro i due grandi partiti in cui  divisa la Societ, il partito dei Creditori e quello dei Debitori. La febbre dei subiti guadagni domina le scelte degli speculatori, per i quali la perdita di tempo  perdita di denaro. Sicch sembra quasi che lo stesso motto (Il tempo  denaro) sia all'origine delle grandi invenzioni moderne: le macchine, il vapore e il telegrafo. Con tutte le conseguenze, anche negative, della rivoluzione industriale: in primo luogo, la disoccupazione, frutto della speculazione e dell'assenza di piet propria di questa epoca (la societ  un campo di battaglia, dove chi cade, cade, e i battaglioni serrati degli speculatori e degli uomini d'affari passano sul corpo de' feriti, irresistibilmente condotti dal loro supremo generale, l'interesse, alla moltiplicazione indefinita del Capitale), Anche se scherzoso, a volte paradossale, a volte ironico, Collodi  attento alla fenomenologia e ai comportamenti della civilt di massa, come quando, parlando di Firenze, che occupa uno spazio di grande rilievo in questa particolare guida, ne definir il carattere di citt un po' marginale rispetto al tumultuoso sviluppo della modernit e all'anonimato delle grandi citt. Facendo considerazioni che si sarebbero poi ritrovate anche nei Misteri di Firenze, nel capitolo Seguito e digressione, dove dava la colpa all'Editore se aveva dovuto scrivere dei Misteri, titolo e opere che andavano bene per una citt di massa, per una metropoli. Firenze era, invece, ancora una citt di dimensioni contenute (Firenze [...] propriamente parlando, non  una citt:  una casa: una casa, se volete, piuttosto grande, dove tutti siamo pigionali l'uno dell'altro. Per conseguenza, i Fiorentini costituiscono non gi una societ, ma una famiglia numerosissima, i di cui membri si conoscono quasi tutti per nome). Da ci, l'impossibilit di scrivere un romanzo sociale, o qualcosa come i Misteri di Parigi di Eugne Sue. Mentre a Londra e a Parigi appare verosimile che dei fatti narrati siano noti solo al romanziere che li racconta, a Firenze ci sarebbe impossibile. L'anonimia  possibile solo nelle metropoli, perch nei grandi centri, come Londra e Parigi dove un operaio pu comodamente morir di fame, o d'asfissia, senza che l'inquilino che abita il piano di sotto o di sopra, ne sappia nulla, tutto si rende possibile.
In queste considerazioni, in parte riduttive, da un lato Collodi polemizzava sulle conseguenze della societ di massa, dall'altro scherzava con affettuosa ironia sulla dimensione umana di una citt ancora sottratta alle logiche della massificazione. Dunque, una satira lieve, senza troppi sviluppi, ma anche, tuttavia, una proposizione di temi e una riflessione sorridente, ma ferma, su alcuni luoghi comuni delle trasformazioni in atto nella societ contemporanea, salvo il contrasto o il divario tra le punte avanzate (nel bene e nel male) dello sviluppo e le realt ancora legate alla tradizione e alle dimensioni della provincia.
E, visto che il Romanzo in vapore voleva essere una guida (anche se sui generis), non potevano mancare cenni al fatto che lo sviluppo di una linea che andava verso una citt di mare avrebbe favorito di conseguenza un altro tipo di sviluppo, quello del turismo, di massa, o quasi: un turismo per un ceto medio che utilizzava il treno per quelle escursioni domenicali che vedevano frotte di gente, un po' alla buona, alla ricerca di svago e di vacanza:
Nella stagione estiva, la citt di Livorno  il Baden-Baden dei Fiorentini. L'aristocrazia in basse acque, la borghesia minuta e la burocrazia impotente, sono le tre colonie che vanno nei mesi di luglio e agosto a popolare clamorosamente gli eleganti e comodi Casini dell'Ardenza. In codesto tempo, la strada ferrata Leopolda  un flusso continuo di gente che va e viene: e particolarmente nei giorni di domenica, in cui i cosiddetti treni di piacere (con biglietto economico di andata e ritorno) riversano in Livorno diverse migliaia di fiorentini, la maggior parte mariti facili e rassegnati, che profittano del giorno festivo per andare a visitare le loro met, e vedere i vantaggi che esse hanno risentito dei bagni di mare... e delle passeggiate notturne sul lido, al chiarore della luna.
Come sempre, l'Autore mescola volutamente piani diversi di discorso: una simpatica sociologia pragmatica, l'osservazione precisa dei fatti, il gusto del pettegolezzo e della chiacchiera che Collodi, parlando di Firenze, vedeva simpaticamente come aspetto peculiare di una citt ancora, tutto sommato, provincia. Un gusto del quale Collodi era partecipe e dal quale mostrava di ereditare, allargandone la portata e gli orizzonti, alcuni tratti anche in termini di polemica letteraria.
A un Collodi attento, a suo modo, alle trasformazioni in corso nella
civilt del suo tempo (e acuto osservatore delle loro conseguenze e del costume) corrisponde uno scrittore che sperimenta, utilizza, contamina, ironizza. Che usa il metodo della digressione per spiazzare il lettore, ma pure (come cpita quando le digressioni sono intelligenti) per concentrare la sua attenzione su connessioni, rapporti, collegamenti relativi al tema trattato. E anche, e soprattutto, per decostruire, smontare, analizzare, sottoporre a verifica (e a satira) i generi coinvolti in questa curiosa avventura letteraria ed extraletteraria. Dove, come scriveva Pietro Pancrazi in una nota alle pagine antologizzate di questo libro, lo scrittore non si d neppure la pena di conciliare il notiziario col bozzetto o racconto, i quali, in questo curioso libretto, vanno ciascuno per conto suo(6). In realt, bisognerebbe sottolineare che la non fusione dei filoni, generi, registri e piani del racconto  frutto di una scelta che non  - si potrebbe dire - di integrazione ma di intenzionale dis-integrazione. Da un lato, vi sono le necessit della guida, che sono quelle di informare. Ed ecco, allora, il senso della prima parte e dell'appendice. E anche diversi capitoli del libro intendono adempiere dal canto loro a funzioni di questo genere.
Certo, dopo aver preso nota del quadro delle strade ferrate italiane in attivit, in costruzione e in progetto, il passaggio alle divagazioni sul motto degli Americani (sulle speculazioni, sul capitale, sulle invenzioni) e poi alla conferenza-non conferenza tenuta, al vecchio genitore, da un laureato in scienze all'Universit di Pisa sul tema del Vapore e sulle sue applicazioni marittime e terrestri (discorso divulgativo, che intendeva valere per il pubblico comune, non per gli specialisti), non poteva non colpire il lettore. Un lettore che, appena al terzo capitolo, si trovava di fronte al Profilo della Strada Ferrata Leopolda da Firenze a Livorno, dove Collodi dava la misura delle proprie qualit di scrittore di pagine giornalistiche, di descrittore di paesaggi, fermate, ponti, percorsi, localit con qualche sparsa notizia di personaggi nati o sepolti in quei territori. Il capitolo quinto, poi, veniva dedicato alla Stazione fuori di Porta al Prato (con notizie sulle miglia del percorso della linea, le stazioni, le locomotive, il movimento annuo dei passeggeri). E il capitolo quarto (Una riflessione in Fiacres!) diventava una sorta di perorazione stravagante a favore dell'uso della carrozza contrapposto alla scomoda abitudine di andare a piedi (E dov' egli mai il decoro e lo splendore di questo Re degli animali, quando lo costringete a camminare pedestremente, come l'infimo dei suoi sudditi, come il pi vile fra i suoi vassalli?...), che sembrava peraltro contrastata anche dall'uso del velocipede, figlio della Meccanica, amico dell'uomo, salvo il fatto che non molti lo vedevano con simpatia.
Qui, dunque, in questo capitolo quarto, ha inizio anche il racconto di viaggio dell'Autore, l'io di Carlo Lorenzini che, a bordo di una vettura, si accinge a raggiungere la Stazione della Strada Leopolda e, intanto, assiste alla scenetta ridicola di un terrazzano - un uomo di paese - che, dopo aver appreso i prezzi dei fiacres, decide di andarsene alla Stazione a piedi, nonostante il caldo.
Una pagina, questa, che ha richiamato l'attenzione di Remo Cesarani, che ha visto in questa satira dell'uomo-pedone, del Wanderer, l'obiettivo del campagnolo, o terrazzano, tradizionale bersaglio della satira cittadina toscana contro il villano(7). La scena d luogo a tutte le digressioni di cui si  detto e si conclude con un arrivo alla Stazione e con l'invito a prendere informazioni (visto, ricorda Collodi, che molti viaggiano per istruirsi!) dal primo impiegato che capita. Il quale risponder,
o forse no, secondo l'umore e la cortesia. E il capitolo successivo avr inizio con la risposta dell'impiegato (se  in vena di essere disponibile), riferita dall'Autore, parola pi parola meno, circa la storia e l'assetto tecnico della Strada Leopolda; e si concluder con la ripresa del racconto dell'arrivo alla stazione e con la presentazione di una scena d'amore alla quale l'autore-viaggiatore ha occasione di assistere (una di quelle sublimi scene d'amore incompreso e d'abbandono ineffabile, che sono il cibo prelibato a cui i poeti del giorno, fanno tanto la caccia, come potrebbero farla le api alle stille che spuntano sul fiore - o i can-barboni alle mosche negli infuocatissimi solleoni d'agosto).
Dunque, un Lorenzini che si diverte ad alternare la prosa di una relazione precisa e pedante sui dati della ferrovia, con il racconto, satirico e divertito, di un viaggio che comprende anche i topoi di moderne situazioni odeporiche (tipo Les Adieux alla stazione). Distinguendo, nel suo divertimento, le diverse tipologie di lettori che, a seconda della loro cultura o disponibilit sentimentale, possono saltare le parti che loro non interessano. E, perci, se il lettore-Stephenson, ricorda Collodi, potr agevolmente risparmiarsi il capitolo sul vapore, altri potranno saltare la scena d'amore e d'addio dei due innamorati alla stazione: O Lettore! se non hai un'anima capace di comprendere (come direbbe un Ortis di 14 anni) tutta la solennit di quell'ineffabile momento, nel quale due spiriti innamorati si scambiano un ultimo Addio [...] allora salta a pi pari questo capitolo - questo capitolo non  fatto per te! [...] Se, per caso, fra i miei lettori, ci fossero delle tigri, dei leopardi, degli orsi bianchi e... dei padroni di casa, che costoro vadano ad aspettarmi al capitolo seguente.
La scena seguente, una straziante pantomima,  una satira del sentimentalismo, dello pseudoromanticismo, del rapporto tra sentimentalismo e fisiologia ma anche, poi - con una di quelle virate umorali e di registro che caratterizzano i percorsi di queste pagine -, satira dei viaggiatori curiosi e attaccabottoni: Vi sono su questa terra certi esseri creati a posta per occuparsi dei fatti degli altri. Come la cicala campa di canto e rugiada, cos costoro vivono di storielle, di brache, di chiacchiericci, di piccoli pettegolezzi, di cronachette scandalose, e... di simil porcherie. Guardateli in faccia, e li riconoscete a colpo d'occhio. Tutta la loro fisonomia  sempre atteggiata in modo, che vi sembra un punto interrogativo, in permanenza.
Le storie si intrecciano, si avvolgono, si accavallano, si interrompono: gli interrogativi dei viaggiatori sull'avventura romantico-sentimentale dei due amanti alla stazione; il viaggiatore seccante e inquisitivo che cerca in tutti i modi di attaccare bottone; l'arrivo alla stazione del terrazzano che non voleva prendere la carrozza e voleva andare a piedi ma poi ci ha ripensato, spendendo molto pi di quanto era necessario; il Curioso che, finalmente, riesce ad attaccare bottone (visto che il viaggiatore-autore vuol accendersi un sigaro) e comincia a raccontare in modo confuso quello che sa dei due amanti (una tragedia da carnevale). Ma, poi, tutto resta l e si interrompe, perch il treno parte.
Collodi si diverte. Si diverte a cambiare registro, a fare il verso, a enfatizzare i tratti per parodiare, ad avvertire il troppo di una modalit di racconto per virare di bordo e affrontarne una nuova. E cos riesce a cogliere con intelligenza alcuni segni del nuovo della realt del suo tempo prima ancora del loro affiorare, a percepire aspetti del costume in via di mutamento.
Si pensi, per esempio, a questo discorso - che, in una guida, costituisce una digressione - sul rumore del treno e sulla sua potenzialit di suggerimento di nuovi ritmi e testi musicali:
Allorquando gl'ingegneri inglesi messero in attivit la prima Strada Ferrata, forse non pensarono alle mille miglia che quel rumore sordo della macchina, quel monotono acciabattarsi degli ordigni e delle ruote di ferro, e quell'anelito celere e soffocato del Vapore, che si sprigiona fremendo dalla caldaja, dovessero servire, dopo qualche anno, all'ispirazione dei maestri di Musica, e fornire il motivo a scrivere un rumoroso Pot-pourri a pienissima orchestra, come di fatto  accaduto.
La fantasia di Collodi si scatena: Oh! la musica  un pozzo senza fondo: c' stato pescato molto: ma ci resta ancora molto da pescare!....
 una digressione, questa (che cito come esempio di procedimento comune nel racconto collodiano) che prelude a un ritorno al racconto delle conversazioni avvenute nella carrozza (anzi wagone). Un vagone pienissimo che offriva, nel suo piccolo, una Galleria completa di capi originali e di caricature. E dove la continuazione del colloquio tra l'Autore e il Curioso (con il racconto di una parte della storia dei due amanti clti nell'addio alla stazione)  destinata a essere nuovamente interrotta.
Collodi si mostra incline a operare variazioni continue di registro (e di genere) e a effettuare, con tali variazioni, delle svolte, dei cambiamenti di rotta tra un episodio e l'altro all'interno di un capitolo, tra un capitolo e l'altro o all'interno di una stessa sequenza.
Anche questa disposizione dell'Autore si mostra riconducibile al modello Sterne che, in quel periodo, trovava applicazione su giornali e libri di autori che ne utilizzavano la lezione, spesso riducendola o manipolandola, talvolta ribaltandola(8). Luca Toschi ricorda, in particolare, che era stata proprio la Toscana a proporre un'utilizzazione meno moderata della lezione sterniana con la pubblicazione dell'anonimo Viaggio di tre giorni attribuito a Luigi Ciampolini (ripubblicato da Toschi stesso nel 1983 per l'editore Guida di Napoli) che, con quest'opera, sembrava aver definitivamente superato la tradizione burlesca di marca bemiana che nel secolo precedente aveva dato curiosi impasti fra lo Sterne e il
Passeroni(9). Del resto, Ugo M. Olivieri(10) ricorda il peso diretto e indiretto di Sterne nell'ambito di quella proliferazione di giornali letterari o di varia umanit che caratterizza il ventennio dal 1850 al 1870: in alcuni di essi  coltivata la satira, anche politica, e la riflessione sullo humour, come nell'articolo di Strafforello su\YHumour e gli umoristi, pubblicato nel 1855 su un periodico torinese e poi, il 14 e il 17 novembre dello stesso anno su L'Arte, giornale letterario, artistico, teatrale, edito a Firenze dal 1851 al 1860, dalla stessa tipografia Mariani che pubblica il Romanzo in vapore di Lorenzini.
Nelle pagine del Romanzo in vapore si possono cogliere diversi echi di una affinit con Sterne: dall'invito al lettore a saltare i capitoli (qualora gi informato o non interessato all'argomento), al gusto della digressione e all'uso del gioco formale, anche grafico e tipografico, per chiudere un capitolo: il quarto si chiude infatti con un doppio punto, ma, gi prima, un periodo si era chiuso con un doppio punto seguito da un trattino per indicare l'inizio di un discorso diretto, interrotto da puntini di sospensione e rinviato da un lungo N.B. (sulle ragioni per cui gli impiegati non rispondono), seguito anch'esso da puntini di sospensione che introducono, a loro volta, un discorso di nuova introduzione all'eventuale risposta dell'impiegato disponibile. Una risposta che apre, come si  detto, il capitolo successivo. Tra i richiami sterniani si potrebbe ricordare anche il romanzo (anzi la tragedia da carnevale) relativo all'amore tra il pittore forestiero e la bella straniera: un tentativo di romanzo iniziato, poi abbandonato, poi ripreso, poi rimasto inconcluso (credetti ben fatto amputare le gambe al Romanzo... Ed ora, se il Romanzo non  andato avanti, di chi  la colpa?...) per ragioni di spazio, scrive l'Autore, addossando scherzosamente la colpa all'Editore. Un troncamento che pu ricordare il Sentimental Journey e la storia del rapporto tra Yorick e madame de L***, la nobildonna di Brusselle, incontrata a Calais e poi persa di vista ad Amiens. E, cos, la petulanza del capitano, francesino de bon air (little French debonaire), che incalza la signora di Brusselle e le pone domande stringenti e maleducate, pu essere avvicinata all'interrogatorio al quale il Curioso (nel capitolo sesto del Romanzo in vapore) cerca di sottoporre Fautore-viaggiatore (che si indispettisce), per conoscerne destinazione e provenienza e per ricavarne altre notizie di carattere personale.
Del resto, come ha ricordato giustamente Daniela Marcheschi, a riconfermare il rapporto con Sterne  la stessa presenza di questo Curioso, cio il viaggiatore Curioso, che corrisponde a uno dei tipi in cui Sterne divideva appunto l'universalit de' viaggiatori: i viaggiatori curiosi (in Sterne, Inquisitive Travellers)(11). E, ancora, si potrebbe porre attenzione a quella particolare griffe sterniano-collodiana che sono i nasi, presenti nella scena (sempre del capitolo sesto) dell'addio degli amanti alla stazione: Lei estrae un fazzoletto, lo porta agli occhi e poi al naso. Commenta l'Autore: i nasi delle donne sono i primi a dare il segno della commozione profonda e universale sicch sarebbe bene che i fisiologisti mi sapessero dire, all'incirca quali nervi simpatici esistono fra il cuore e il naso, e come avvenga che la sede degli affetti e delle passioni si trovi in corrispondenza diretta con quella protuberanza cartilaginosa, di forma e di misura variabili all'infinito, che divide in due sezioni pi o meno uguali, la superficie dell'umano sembiante. Un'altra tessera per la nasologia di cui ha parlato Sklovskij. Alla quale andrebbe aggiunta l'attenzione ai nasi presente in quel singolare capitolo (il 17) che contiene le istruzioni ai viaggiatori, laddove si raccomanda di rimanere a debita distanza dal passeggero che sta di fronte per evitare, in caso di manovre brusche del treno, che il vostro interlocutore venisse a darvi un bacio (coi denti) sul tenerume delle vostre narici. Questi baci, di sovente, arrivano all'anima assai pi... del primo bacio d'amore.
Accanto al genio digressivo, evocato da Coleridge a proposito di Sterne, anche il gusto satirico-parodico di questo autore trova eco nelle pagine di Collodi. Anche, si  detto, nei termini di una demistificazione dei codici e delle forme, dei segni e delle istituzionalizzazioni linguistiche del suo tempo. Nel citato capitolo XVII (Il Vade-mecum del viaggiatore) a essere preso di mira  quel penchant didattico, proprio di molti scrittori, di e sul viaggio, che faceva parte della tradizione di scritti che gi avevano accompagnato la nascita e lo sviluppo del Grand Tour (si pensi alle splendide pagine On Travet di Francis Bacon) e che si erano sviluppati nel genere delle istruzioni ai viaggiatori (anche quelli scientifici). Una tradizione che passava anche attraverso il genere guidistico (si pensi, nel Settecento, alla guida di Vincenzo Coronelli per i viaggiatori che intendevano recarsi in Inghilterra) e che riguardava sia consigli per accrescere il valore sperimentale e conoscitivo del viaggio sia consigli di carattere strettamente pratico, come quelli che troviamo anche nelle guide del nostro tempo.
La parodia collodiana del Vade-mecum del viaggiatore voleva colpire il carattere di ovviet di certi consigli: 1. Avendo necessit di partire con un dato treno,  sempre meglio giungere alla Stazione dieci minuti avanti la partenza... che cinque minuti dopo. [...] Cercate di porre il vostro biglietto in una tasca sicura, per evitare il caso di smarrirlo, e trovarvi costretto a ripagare il prezzo di tutta la gita, con biglietto di prima classe (prepotenza che sa di Medio-Evo da lontano un miglio) [...]. Sulla scelta della Classe, in cui dovete entrare, consigliatevi col vostro porta-monete.
Tra gli ultimi consigli, anche quello di vincere la noia con un libro. Questo tema del libro per vincere la noia ricorda gli slogan che l'industria editoriale avrebbe pi avanti adottato per reclamizzare libri di consumo (come i Libri Gialli di Mondadori). Ecco allora anche il senso di quella scelta di genere che voleva a suo modo corrispondere, con i tratti umoristici e ironici di cui si  detto, ai gusti dei viaggiatori. Come quelli di cui parla ancora il libro di Schivelbusch, che ricorda, a proposito delle stazioni inglesi, un'inchiesta del 1851 che segnalava l'offerta, all'interno di esse, di buona letteratura educativa, buoni romanzi, guide di viaggio ecc.. Dal canto suo, l'editore Hachette, in Francia, aveva sviluppato un servizio di vendite che vedeva ai primi posti guide e racconti di viaggio.
Ecco, allora, che questo libro di Collodi - scritto su commissione - sembra quasi un documento italiano dello stesso fenomeno: guida, romanzo, racconto di viaggio. Un libro realizzato in modo originale e stravagante. Che , in effetti, una guida, che pu essere adoperata come tale; che  anche un racconto di viaggio di un autore-narratore che racconta il proprio viaggio attraverso una partenza, peripezie varie, avventure, incontri; che presenta un abbozzo parodistico di romanzo, con suggestioni sterniane; che sviluppa dalla traccia odeporica anche argomenti di carattere generale, sia pure in forma di divertita trattatistica (come in certi scritti di viaggio) o di illustrazione (pi o meno scherzosamente pedante, pi o meno animata, secondo i casi: con tratti di vera e propria guida) di luoghi e cose interessanti da vedere, personaggi e fatti da ricordare.
Certo, anche guida, si diceva. E guida che a suo modo funziona come tale. Giustamente,  stato sottolineato il debito di Lorenzini verso una fonte ben utilizzata nel libro: il Dizionario geografico fisico storico della Toscana di Emanuele Repetti, pubblicato a Firenze tra il 1833 e il 1845. Daniela Marcheschi, nella Nota introduttiva alla citata ristampa anastatica del romanzo ricorda che Collodi segue la falsariga delle voci date nel Dizionario e le riassume con parole proprie. E Collodi riconosce il debito (nel capitolo XI, Ancora di Firenze), sempre a suo modo, e mette in bocca quasi un'autoaccusa di plagio, aggiungendo per un elogio dello stesso Repetti e del suo commendabilissimo lavoro, a uno dei personaggi partecipi della conversazione ferroviaria. Conversazione nella quale, accanto alle informazioni da guida, l'Autore avanza osservazioni critiche (come quelle sullo scarso culto delle Belle Arti a Firenze), proposte (uso di un gas illuminante senza emanazioni micidiali; allargamenti di strade), notazioni satiriche (per esempio, verso eruditi locali che danno pi spazio alle notizie storiche che a quelle economiche).
Anche il discorso guidistico procede tendenzialmente in modo non sistematico: con recuperi continui, intermittenti, di argomenti e temi salienti, in modo da tener sveglia l'attenzione del lettore; con una descrizione odeporica ridotta spesso all'essenziale; con informazioni, talvolta, compiute e precise, come quelle, per esempio, sulla Torre di Pisa: questa torre marmorea alta 150 piedi, ornata di 5 ordini di colonne ha una inclinazione di 14 a 15 piedi - la quale bizzarria dai pi  ritenuta per effetto dell'arte: mentre alcuni pretendono che il suolo abbia ceduto. Il fatto sta, che questo magnifico e curioso campanile, incominciato nel 1174 da Guglielmo d'Inspruck e Buonanno di Pisa e verso la met del decimoquarto secolo terminato da Tommaso Pisano, appare solidissimo, e non mostra di aver sofferto la bench minima alterazione.
Da un altro lato, questo libro fa il verso, vuol essere una parodia di certi luoghi comuni della guidistica, oltrech della letteratura odeporica.
Come, per esempio, nella parte che riguarda l'origine di Livorno, dove viene rovesciata la topica della rappresentazione mitica ed enfatica delle origini di una citt: L'origine di Livorno somiglia suppergi a quella di Roma, meno certi insignificanti accessori, come l'imprudenza di Rea, il baliatico della Lupa, l'aquila di Romolo [...]. Livorno, nel suo primo nascere, non fu altra cosa che un comunello di baracche peschereccie, piantate sul lido del mare e facenti-funzione di domicilio provvisorio ad una colonia d'uomini d'ogni risma e d'ogni colore, scevri da qualunque pregiudizio sulla Propriet. A seguire, una rappresentazione della citt che non insiste su tratti accattivanti per i turisti, come spesso accade nelle guide: dopo averne tratteggiato il ritratto di citt attiva e ricca, l'autore conclude definendola noiosa, cara, frequentata da gente cos cos, un po' alla buona. Nelle guide e nella tradizione della letteratura di viaggio, Livorno si presentava attraverso i topoi della citt di mare, commerciale e navale. Una citt che Giuseppe Sacchi, nei suoi Viaggi in Toscana (Milano, Pirrotta, 1835), aveva rappresentato come un luogo con un solido ceto di negozianti (Livorno non , n pi n meno che il Liverpool dell'Italia, p. 270). Una citt, affermava Collodi, nelle cui arterie scorre il sangue monetato.
Per avere un'idea della distanza della guida di Collodi da quelle pi consuete e tradizionali si potrebbero leggere le pagine relative a San Lorenzo del volume di Pietro Thouar ed Emanuele Repetti(12), stampato in occasione della terza riunione degli Scienziati italiani (dove anonime descrizioni informative si intrecciano a una commossa ammirazione per la magnificenza dell'edificio), e confrontarle con quelle collodiane, laddove un giornalista illustra la Chiesa di San Lorenzo e la Cappella dei Principi con gusto dissacratorio e battute argute (un po' alla Arbasino): Ci fu una volta in Grecia uno scultore il quale fece una Venere, e la copr di gemme e di monili. Richiesto della ragione di tutti questi ornamenti, rispose: non riuscendomi a farla bella, ho cercato di farla ricca. Altrettanto si potrebbe dire della Cappella dei principi, di questa grandissima spelonca, tutta incrostata di marmi e di pietre e adornata di stemmi in lapislazzoli, verde antico, pietra del paragone di Fiandra, madreperla, alabastri orientali, e diaspro di differenti qualit.
Del Romanzo in vapore si potrebbero dire tante altre cose: per esempio ricordare il gusto di certi ritratti caricaturali, come quello di Occhiali-Verdi, un viaggiatore rappresentato in termini grotteschi, tra realt e favola: un omiciattolo tutto vestito di colore-spigo, una di quelle creature fatte a miseria che, considerandole dalla testa ai piedi, rivelano nelle singole parti del loro corpo una gretteria cos manifesta, che quasi ti farebbe credere, che madre natura, nel conformarle, avesse adoperato uno scampolo, ossivvero, per non aver preso bene le sue misure, si fosse trovata mancante della stoffa necessaria a ricavarci sopra un individuo delle solite proporzioni. Modi, questi, da caricatura espressionistica, con tracce di un gusto che sembra avere ascendenti in certi tratti della poesia comico-realistica e nella tradizione della poesia burlesca.
Da un altro lato, vanno anche ricordate alcune considerazioni di poetica come quella in cui (nel capitolo XIX, Uno schiarimento), forse per tirare le somme di quest'opera un po' a zig-zag, un po' condotta come un gioco di sponde (con qualche analogia con quella tecnica sterniana che Giorgio Melchiori ha definito della divagazione e procrastinazione), Collodi, con tono di scherno e di celia, spiegava (per rispondere alle possibili obiezioni del lettore impressionato dall'apparente casualit e stravaganza del libro) che ogni romanzo ha le sue regole e i suoi artifizi. E proponeva osservazioni polemiche contro i romanzi programmati e prodotti su ricette (simili, per certi versi, a quelle degli sciroppi purgativi), secondo modi che avrebbero trovato eco nelle numerose parodie e osservazioni metaletterarie presenti nei Misteri di Firenze, specie laddove si evoca il professor Pagliano, inventore di uno sciroppo depurativo, citato anche dallo sterniano Giovanni Rajberti nel Viaggio di un ignorante (pubblicato a Milano nel 1857, un anno dopo il Romanzo in vapore). Qui, Pagliano, veniva citato come esempio di cialtroneria e scarsit di scrupoli professionali, Collodi, invece, lo usa come strumento polemico contro l'organizzazione strutturale di testi narrativi di cattiva qualit, rispettosi di regole che avrebbero dovuto servire per adescare il pubblico (Il grande segreto del romanziere, sapete voi dove sta? [ il professor Pagliano che parla per dire che, se non avesse inventato lo sciroppo depurativo, sarebbe diventato l'inventore del romanzo sociale in Italia] Sta nel conoscere il modo di eccitare la curiosit, e nel sapere incatenare per un verso o per l'altro, i lettori alle pagine
del libro, per poterseli quindi tirar dietro, come tanti schiavi, attaccati al carro della fantasia).
Contro le sentenze pseudoletterarie, Collodi muove una polemica a base di parodia. E, in pagine che ben rivelano quei tratti di umorismo e di ironia (e di fantasia intensa) che avrebbero trovato negli anni a venire gli sviluppi che sappiamo, ci offre un libro che punta al divertimento e alla dissacrazione, all'informazione e alla critica, all'analisi del costume letterario e alla polemica, alla messa in discussione degli stereotipi e alla parodia. Il libro di un autore attento alle trasformazioni tecniche e sociali del mondo contemporaneo, con l'occhio acuto e pronto a cogliere, nel loro primo affiorare, alcuni aspetti della societ di massa, pieno di brillanti intuizioni e insieme di leggero trattenimento.
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ELVIO GUAGNINI
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Note.
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1. Carlo Lorenzini, Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Guida storico-umorstica, Lucca, Pacini Fazzi, 1987.
2. Renata Discacciati, Sulla letteratura di viaggio, Leggere, 42 (1992), pp. 50-63 (con un'appendice sulle Guide a p. 64).
3. Wolfgang Schivelbusch, Storia dei viaggi in ferrovia [Geschichte der Eisenbahnreise] 1977], Torino, Einaudi, 1988.
4. Nota introduttiva a Carlo Lorenzini, Un romanzo in vapore, ed. cit., p. 11.
5. Renato Bertacchini, Il padre di Pinocchio. Vita e opere del Collodi, Milano, Camunia, 1993, p. 68.
6. Tutto Collodi. Per i piccoli e per i grandi, a cura di Pietro Pancrazi. Firenze, Le Monnier, 1948, p. 715.
7. Remo Cesarani, Treni di caria, Genova, Marietti, 1993, pp. 73-74.
8. Si veda Luca Toschi, Foscolo e altri Sentimental Travellers di primo Ottocento, in Effetto Sterne. La narrazione umoristica in Italia da Foscolo a Pirandello, a cura di Giancarlo Mazzacurati. Pisa, Nistri-Lischi, 1990, pp. 90-120.
9. Ivi, p. 117.
10. Ugo M. Olivieri, P. Borsieri e il romanzo d'area lombarda nella prima met dell Ottocento, ivi, pp. 121-143.
11. Daniela Marcheschi, Un romanzo in vapore, in Collodi ritrovato, Pisa, ETS, 1990, p. 39.
12. Notizie e guida di Firenze e de' suoi contorni, Firenze, Guglielmo Piatti, 1841.
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Nota.
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La presente edizione  stata condotta sul testo di Un romanzo in vapore / Da Firenze a Livorno / Guida Storico-Umoristica / di Carlo Lorenzini / Firenze / Tipografia di Giuseppe Mariani / 1856 (pp. 226). Il testo  corredato da 23 illustrazioni del pittore Leopoldo Cipriani (1826-1884), caricaturista del giornale umoristico La Lente (si firmava con lo pseudonimo Morvidino), grande amico del Lorenzini; sar lo stesso artista che illustrer I misteri di Firenze. Si tratta dell'unica edizione in volume pubblicata, vivente il suo autore. Tre anni dopo, il testo di un Un romanzo in vapore veniva riprodotto quasi integralmente nell'antologia di letture La ricreazione per tutti. Raccolta di letture piacevoli, pubblicata da Domenico Ghinassi (Napoli, Perrotti, 1859,2a ed. con molte aggiunte, vol. II, parte I, pp. 124-145). L'antologia pubblicava il testo dal primo capitolo al ventunesimo, tralasciando soltanto la parte iniziale, Strade Ferrate italiane in attivit, in costruzione e in progetto, e quella finale, la Guida civile e commerciale delle citt di Firenze, Pisa e Livorno. L'edizione antologizzata da Ghinassi non presentava variabili rispetto all'edizione Mariani, e non abbiamo, al momento, elementi che confermino un'opera di supervisione da parte del Lorenzini. Non si conoscono manoscritti. Una moderna raccolta di alcuni brani del romanzo era apparsa nell'antologia di scritti collodiani curata da Pietro Pancrazi (Tutto Collodi. Per i piccoli e per i grandi, cit., pp. 715-728). I brani riprodotti sono parzialmente tratti dai capitoli IV, V, VI e XIX. Il testo completo, dopo quasi centoventi anni di oblio editoriale, ha visto la prima moderna ristampa nel 1987, a cura di Daniela Marcheschi, che lo ha ripubblicato in integrale edizione anastatica per conto dell'editore Pacini Fazzi di Lucca. Nel 2002  stata pubblicata un'edizione, non anastatica e senza curatore, per le Edizioni Aliberti, priva della Guida civile e commerciale delle citt di Firenze, Pisa e Livorno.
Per quanto riguarda gli studi specifici sul romanzo  d'obbligo rimandare alla/Vota introduttiva di Daniela Marcheschi, che accompagna la citata edizione anastatica del 1987, alle pp. 5-15. Alla studiosa va il grande merito di aver riproposto, nella sua integrit, un testo ormai dimenticato e irraggiungibile ai pi per la sua rarit bibliografica, permettendo interessanti raffronti con l'opera complessiva di Collodi; possiamo infatti considerare questo libro un incunabolo fondamentale del pensiero e dello stile dello scrittore toscano. Il saggio, ampliato,  stato poi ripubblicato, con il titolo Un romanzo in vapore, in Daniela Marcheschi, Collodi ritrovato (Pisa, ETS, 1990, pp. 37-48). Oltre a Giorgio Cusatelli, che ha dedicato un breve intervento al libro di Lorenzini dal titolo Il "vapore" di Collodi, nel gi ricordato volume collettivo Carlo Lorenzini. Oltre l'ombra di Collodi, Bruno Traversetti, nel secondo capitolo, dall'eloquente titolo I romanzi impossibili, della sua Introduzione a Collodi (Bari, Laterza, 1993, pp. 32-54), riconosce al giovane autore dei due romanzi un'acuta consapevolezza della letteratura di massa e un'istrionesca abilit nell'imitarla e nel parodiarla. Si  occupato, infine, del romanzo, quale originalissimo esempio di letteratura odeporica, Elvio Guagnini, nel saggio II "Romanzo in vapore" e la tradizione delle guide e della letteratura di viaggio (in Scrittura dell'uso al tempo del Collodi, a cura di Fernando Tempesti, Atti del Convegno del 3-4 maggio 1990, Firenze-Pescia, La Nuova Italia-Fondazione Nazionale Carlo Collodi, 1994, pp. 137-156), e, ancora, in Viaggi d'inchiostro. Note su viaggi e letteratura in Italia (Pasian di Prato, Campanotto, 2000, pp. 68-72).
Per il testo della presente pubblicazione, ci si  attenuti come si  detto all'edizione Mariani del 1856. I criteri conservativi sono stati applicati nel rispettare la grafia originale di molti termini che contraddistinguono lo stile e la scrittura di Lorenzini, ma che sono ricorrenti nella letteratura ottocentesca prossima agli anni di pubblicazione di Un romanzo in vapore. Pertanto sono stati conservati: grafie oscillanti di parole come wagone/vagone, faccie/facce, passeggierHpasseggeri, ecc.; forme verbali quali havvene, evvi, istorcerli, messe, sieno, ecc.; alcuni plurali comefaccie, loggie, malaticcie, peschereccie, ecc.; termini obsoleti, poetici o rari quali egresso, petrodattilo, riformagioni, dependenza, nepoti, sotto il cenere, ecc.; ma anche il dittongo uo in voci come rinnuovando, cuoprivano, scuopre, ecc. Si sono mantenute, inoltre, la
forma verbale inalzare (in tutti i casi e nelle forme derivate inalzato, inalzati, inalzarono, ecc), e la formula dell'elisione, dove sarebbe previsto il troncamento, nei casi di qual', qual'altro. Sono state rispettate le particelle oggettive di terza persona plurale (li e gli), oscillanti nell'uso sia in Lorenzini che in altri autori ottocenteschi (Migliorini 1983, p. 628). Si  sostituita la sigla numerica N. con la grafia minuscola n.. Si  adeguata l'abbreviazione eccetera, con l'uso della doppia c (ec. > ecc.).  stata, infine, mantenuta l'identica misura grafica della lineetta sia nei dialoghi che negli incisi.
Gli interventi correttivi riguardano principalmente i casi di refusi evidenti. Si  intervenuti su alcuni toponimi, e idronomi come ad esempio: Calabrone > Calambrone\ Calimara > Calimala, Cessano > Cassano', Chambery > Chambry, Marano > Mirano; Michellino > Nichelino; Monte-Colvoli > Monte-Caholi, P > Po', San Minialo > San Miniato; Sesa > Pesa; ecc. Si  mantenuta la grafia New Yorck, perch cos attestata in quegli anni. Per i nomi propri gli interventi sono stati rari: Emanuelle > Emanuele; Michaletti > Micheletti; Rostchild > Rothschild; Trewethich > Trewithick (si  intervenuti anche nel dubbio che non si trattasse di effettivi refusi, come nel caso di Emanuelle).
Sono state apportate correzioni nei casi in cui l'uso dell'apostrofo per gli articoli indeterminativi non risultasse conforme alla norma (ad esempio: un'artifizio > un artifizio, un'asino > un asino', un epidemia > un'epidemia', un epoca > un'epoca; un'uomo > un uomo; ecc.). Si sono uniformati secondo l'uso moderno anche altri due casi isolati: un scatto > uno scatto', un stormo > uno stormo, per quanto libert nell'uso e oscillazioni siano frequenti all'epoca (cfr. Migliorini 1983, p. 629). In un solo caso si  mantenuto l'apostrofo dell'articolo indeterminativo con le interiezioni Ah!, Eh!, Ih!, Oh!, Uh! Si tratta precisamente del capitolo XIX dove leggiamo: un'Ah!, un'Eh!, un'Ih!, un'Oh!, un'Uh!. L'autore, nel suo gioco di parole umoristico, intendeva evidenziare la vocale che determinava la conseguente interiezione.
Molti refusi consistono negli spazi bianchi erronei tra lettera e lettera nel corpo di alcune parole, che riportiamo alla loro normale grafia. Altri sono dovuti a banali inversioni di lettere, a capovolgimenti tipografici, ripetizioni di sillabe, doppie assenti o non ammesse, come: braccio > braccio', candissimo > candidissima; escelle > eccelle', in Teram > in
Terma; lungo > lungo; pantataloni > pantaloni; pseu-letterarie > pseudo-letterarie', qnali > quali, ecc.
Nei casi di ambiguit interpretative causate dai refusi, la scelta  stata determinata dalla logica dei significati della frase: l'altre che conduce > l'altra che conduce', della convinzioni > delle convinzioni', della seduzioni > delle seduzioni', in simile circostanze > in simili circostanze', quel popoli > quei popoli', selva selvaggio > selva selvaggia; Tuo > Suo, ecc.
Gli interventi sulla punteggiatura, attuati secondo quanto gi esposto nella premessa, riguardano sporadici ed evidenti casi: di fuori la porta - Il treno > di fuori la porta. - Il treno (cap. VI); esiste sicuro: - soggiunsi > esiste sicuro - soggiunsi (cap. XV); cominci a gridare - Viva il popolo > cominci a gridare: - Viva il popolo (cap. XVI), ecc.
 stata normalizzata al capitolo XV l'abbreviazione sig. con signori: All'erta, sig. Immobili > All'erta, signori Immobili. Non  stato per fatto altrettanto per le variabili sig./signor presenti nella Guida civile e commerciale, lasciando intatta la lezione originale e anche l'alternanza di maiuscole e minuscole, probabilmente corrispondenti alla nomenclatura e marchionimia commerciale.
In particolare, la Guida civile e commerciale di fine testo (opera compositivo-tipografica allestita frettolosamente)  stata riproposta - in carattere tipografico ridotto, come accadeva nell'originale - per il suo curioso valore di documento storico e culturale di genere: quello, appunto, delle guide delle strade ferrate. Si  tuttavia provveduto a uniformare alcune parti e a sanarne i refusi: pertanto si  ripristinata la maiuscola in alcuni termini che la richiedevano, come San/Santo/Santa/Santi, Palazzo, Borgo, Lung'Arno seguiti dal nome. Si sono riportati alla forma minuscola termini come via e piazza, che alternavano maiuscola e minuscola. Si sono inseriti alcuni necessari segni d'interpunzione: in particolare la virgola a separare nome proprio ed attivit (o altro) da indirizzo civico.
Il testo originale recava in fine volume un Errata corrige, non riprodotto, che segnalava pochi refusi da emendare, ma che ha presentato qualche piccolo problema interpretativo. Alcuni degli errori indicati con preciso rimando al testo (Nalvesina da correggere in Naltresina e Rosta in Aosta), erano gi corretti, come se ci fosse stato, da parte del Lorenzini, un intervento in corso d'opera. Altri due refusi, invece, risultano ancora da correggere secondo le indicazioni: poss'aver >
poss'aver avuto; viali, orlati di platani > viali, ornati di platani, e si  ovviamente provveduto a farlo. Rimane l'incertezza per il refuso riferito alla pagina 6 dell'originale. L'Errata corrige indicava un polilico carnale onte da mutare in politico camaleonte, ma nella riga specificata i due termini non sono presenti. Lorenzini, nella pagina in questione, descrive spiritosamente la figura effettivamente camaleontica di Talleyrand:  possibile che le parole da correggere siano state, all'ultimo e sempre in corso d'opera, cassate del tutto o sostituite con altre per una forma di censura o per altro ripensamento.
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NOTE AL TESTO.
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1. Il titolo sfrutta la parola vapore che in quei primi decenni del XIX secolo di tecnologia avanzante, di industrializzazione in progresso, di attivit e di movimento, andava ad indicare qualcosa di pi della semplice forza motrice delle nuove e potenti macchine. Il vapore era sinonimo di dinamismo anche intellettuale, civile, sociale; la parola aveva assunto il significato metaforico di 'prestissimo' (Petrocchi). Tutto viene fatto a vapore, ed il Giusti preconizza la Guigliottina a vapore (1833): Hanno fatto nella China / Una macchina a vapore / Per mandar la guigliottina: / Questa macchina in tre ore / Fa la testa a centomila / Messi in fila. Il Romanzo di Lorenzini  in vapore per l'ovvio fatto d'essere una guida ferroviaria, ma allo stesso tempo per il dinamismo narrativo che si legge nelle pagine non descrittive, ma, appunto, romanzate. In quegli stessi anni si poteva leggere sul Messaggere di Parigi una rubrica intitolata Corsa al vapore (dal primo numero del 10 ottobre 1856). A Napoli, secondo Nicola Bernardini (Guida alla stampa periodica italiana, con prefazione di Ruggiero Bonghi, Lecce, Tipografia editrice Salentina, 1890, p. 98), nel marzo del 1848 nacque anche Il Vapore, foglio giornaliero, in 4 pagine piccole a 2 colonne diretto da Pietro Roussel de' Rossi. Bernardini, in nota, ci informa ancora che due delle pagine del giornale erano occupate dall'appendice L'Ebreo Errante di Sue. Nel 1847 era stato pubblicato un "poemetto popolare" intitolato Il vapore, scritto da Alessandro Riva (Verona, tip. Antonelli, 1847). A Milano, nella strenna del giornale El Tramway (1878), a firma di Bigio, si poteva leggere Povera Lina! Romanzetto a vapore. Ricordiamo, infine, che il fratello di Carlo Lorenzini, Paolo, aveva scritto nel 1851 la commedia intitolata Una stazione di strada ferrata. Nel 1865 L'Illustrazione Universale (Milano, Sonzogno) pubblicava in 5 puntate, dal n. 94 del 15 ottobre al n. 98 del 12 novembre, il romanzo di Raffaele Altavilla, Un romanzo in ferrovia. E interessante notare che, qui, nel viaggio da Livorno a Firenze, Rodolfo, figlio di onesto e agiato commerciante, incontra una fanciulla, ricca ereditiera, con la quale convoler a nozze: sembra, quasi, il finale romantico mancante al "romanzo" di Lorenzini, che ha inizio dall'incontro/addio tra due giovani alla stazione di Firenze.

2. Questa primissima parte propedeutica della Guida ha lo scopo di mostrare il
contesto storico-geografico su cui si staglia la Ferrovia Leopolda, presa in esame da Lorenzini. In quei primi anni di progresso ferroviario per l'Italia, che si dimostr subito pronta a rispondere alle nuove esigenze create dalla rivoluzione dei mezzi di trasporto, oltre al reale sviluppo materiale delle linee ferrate, si ha contemporaneamente uno sviluppo culturale e un immediato dibattito economico-politico, che le numerose pubblicazioni coeve al Romanzo in vapore documentano. Pertanto, in quel ventennio che separa la pubblicazione del libro di Lorenzini dall'inaugurazione del primo tratto ferroviario italiano (la ferrovia Napoli-Portici, il 3 ottobre 1839) molti sono gli scritti, gli studi e le pubblicazioni di argomento ferroviario, ai quali pu aver attinto anche lo scrittore fiorentino per la redazione di questa parte del Romanzo in vapore. Ne citiamo solo alcuni, per brevit, indicando quelli che possono essere stati probabili fonti documentarie: Giovanni Antonelli, Di una strada ferrata da Lucca a Reggio di Modena per le Valli di Serchio e di Secchia. Rapporto secondo di Giovanni Antonelli delle Scuole Pie Professore di matematiche superiori, Firenze, Tipografia Calasanziana, 1852; Nicolas Eugne Parent, Chambry et le chemin de fer, Chambry, 1852; Luigi Boniforti, Viaggi sulle ferrovie piemontesi. Viaggio da Torino a Genova, Torino, Tip. Nazionale, 1853; Panfilo De Riseis, Della ferrovia abruzzese da Napoli all' Adriatico ed alla frontiera sul Tronto, Napoli, Gaetano Nobile, 1853; Savino Realis, Saggio storico sopra l'origine, progresso e stato attuale delle strade ferrate, Roma, Fratelli Pallotta Tipografi, 1854; Ubaldino Peruzzi, Agli azionisti della Societ anonima della strada ferrata Leopolda. Discorso, Firenze, Chiari, 1854; Maurizio Giuliano, Le strade ferrate e la macchina a vapore. Cenni storici, Valenza, Moretti, 1855; Francesco Zantedeschi, Telegrafo delle stazioni e delle locomotive delle strade ferrate, Venezia, Tip. Antonelli, 1855; Ubaldino Peruzzi, Osservazioni intorno al progetto d'acquisto della strada ferrata da Lucca a Pisa, Firenze, 1856. Un posto a parte ha il libro di Carlo Chirici, Guida del viaggiatore sulle strade ferrate da Firenze a Livorno e da Firenze a Prato, Firenze, Benelli, 1848: si tratta della prima guida ferroviaria della ferrovia Leopolda, ma anche una delle primissime di tutta Italia, e Lorenzini doveva tenerne sicuramente conto nel redigere la propria. Per una pi generale informazione sulla storia delle ferrovie in Italia, rimandiamo a Filippo Tajani, Storia delle ferrovie italiane. A cento anni dall' apertura della prima linea (Milano, Garzanti, 1939), e Italo Briano, Storia delle ferrovie in Italia (Milano, Cavallotti, 1977, 3 voll.).

3. Georges-Louis Ledere, conte di Buffon (1707-1788), naturalista e filosofo francese, esponente di spicco della cultura e del pensiero scientifico; la sua opera pi importante: Histoire naturelle (1749-79), in 36 volumi. La celebre frase (poi parafrasata da Lorenzini)  tratta dal discorso Recueil de l'Acadmie des Sciences (1753). La frase originale suona cos: Le style c'est l'homme mme. Il famoso motto  citato anche da Ruggiero Bonghi (Sicch non sono compiute nozioni dello stile quelle che si ritrarrebbero dalla definizione del Buffon [...]: lo stile  l'uomo, Perch la letteratura italiana non sia popolare in Italia [1855-56], Varese, Sugarco, 1993, p. 99), il quale, poco oltre, osserva: l'humor, invece deriva da un
continuo intromettersi della persona col suo spontaneo capriccio nella espressione e nello sviluppo del soggetto che tratta interrompendolo e riprendendolo a piacere; aver sempre pronto un nesso ed un passaggio dal suo ghiribizzo alla sua idea e da questa a quello; anzi avere un'attitudine a far tutt'uno dell'uno e dell'altro. Gl'Inglesi e i Tedeschi hanno i migliori modelli di questo genere. Precisamente quello che far Lorenzini in questa guida storico-umoristica, "intromettendosi", appunto, tra romanzo e lettore, immediatamente dopo aver pronunciato il motto di Buffon (cfr. Opere, ON, p. 882, nota 55).

4. Lorenzini mette insieme, con preciso valore antifrastico, Francesco Petrarca, l'autore del pi celebre Canzoniere d'amore, con Missirini (e compagni). Melchiorre Missirini (1773-1849), segretario particolare di Antonio Canova, storico d'arte, poeta e prosatore, compose appunto un Canzoniere (pubblicato a Prato nel 1823) che ebbe numerose ristampe, anche se la sua opera pi conosciuta  la Vita di Antonio Canova (1824).

5. Il termine lucignolo  qui usato nel suo corretto significato: Pi fili di bambagia riuniti e incanalati nei lumi specialmente lucernine, lumi a mano: inzuppati d'olio, s'accendono. [...], diventato un lucignolo, come un lucignolo, di persona andata a male (Petrocchi). Sappiamo per come questa parola sia ormai inscindibile dal vocabolario di Collodi e di Pinocchio, nel suo significato metaforico e di soprannome.

6. Petrocchi registra l'antonomasia poeta venosino riferita a Quinto Orazio Flacco, nato appunto a Venosa. Per quanto riguarda l'attributo lipposo ('cisposo')  probabile che Collodi avesse presente la Satira I, in cui si legge: Crispini scrinia lippi "Crispino il Lipposo". Si veda al riguardo l'edizione delle Satire a cura di Mario Labate (Milano, Rizzoli, 1986, p. 85), il quale, nella nota di commento (n. 25), ci informa che la congiuntivite era considerata conseguenza di una vita sregolata e perci Orazio ci scherza sopra, ma lo scherzo  doppio: anch'egli infatti ne soffriva. Non dimentichiamo, inoltre, che Collodi plagia ironicamente la nona Satira di Orazio nella macchietta Un'antipatia, in particolare nell'episodio del cosiddetto "uomo-colla" (cfr. Opere, M, p. 844, nota 51). Per quanto riguarda l'episodio della diserzione durante la battaglia di Filippi, ricordato poco dopo da Lorenzini, si veda l'edizione citata alle pagine 45-46: Il giovane Orazio [...] si arruol nell'esercito di Bruto. Fu nominato tribuno militare (grande onore per il figlio di un liberto) e comand una legione. A Filippi, fu coinvolto nella rotta, n mostr particolare eroismo (dir poi di avere abbandonato, come Archiloco, Alceo ed Anacreonte, lo scudo): una giornata cui ripenser sempre con amarezza.

7. Nel Libro di Giobbe, 39,19-25, si legge una vivace descrizione dell'azione dei cavalli in battaglia: Al primo squillo grida: "Aah!..." e da lontano fiuta la battaglia, gli urli dei capi, il fragor della mischia.  il primo di una lunga serie di richiami biblici che Collodi, con precisa conoscenza dei testi sacri, utilizza per fini umoristici.

8. L'opera di Lorenzo Lippi (1606-1665), Il Malmantile racquistato (postumo, 1676), poema eroicomico che torner spesso in questo testo, come vedremo, sotto forma di aperta citazione. Il distico citato da Lorenzini si legge al canto X, ottava II.

9. Il poeta tedesco Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), autore del Faust, sar spesso ricordato da Collodi. In particolare la protagonista femminile, Margherita, era ormai assurta a modello di perfetta innamorata, per antonomasia (cfr. Opere, M, p. 852, nota 68). Per quanto riguarda la grafia del nome, il testo presenta qui una dubbia forma ibrida tra le due in uso all'epoca: Goethe e Gthe.

10. Charles-Maurice, Principe di Talleyrand-Perigord (1754-1838). Questa celebre frase del diplomatico francese risuona lungo tutto l'Ottocento letterario europeo. Se ne hanno echi in Stendhal e nel Balzac del Trattato della vita elegante: A quanto pare abbiamo adoperato tutto, compreso il linguaggio, come ha detto Talleyrand, per nascondere la vita e il pensiero, che nonostante i nostri sforzi attraversano tutti i veli (Patologia della vita sociale, a cura di Maria Dongiovanni Bertini, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 41; in nota, p. 138, n. 85, la curatrice spiega: Allusione ad una frase attribuita a Talleyrand: "La parola  stata data all'uomo per mentire"). Stendhal, nell'epigrafe del capitolo XXII, Prima parte, del romanzo Il rosso e il nero, attribuisce la frase al Padre Malagrida, arrestato dall'Inquisizione e bruciato a Lisbona nel 1761. Ma si tratta di attribuzione inattendibile, anche alla luce di altre epigrafi ai capitoli che, volutamente o meno, Stendhal riportava con molta libert di interpretazione. Qui c' l'arguta compiacenza di mettere una simile frase in bocca ad un gesuita. La lunga carriera diplomatica, politicamente ondivaga, dell'uomo politico  ben sintetizzata spiritosamente dal Lorenzini; Talleyrand, inoltre, fu vescovo di Autun nel 1788, pertanto  corretto l'appellativo datogli dallo scrittore fiorentino.

11. Il termine deriva dal nome di Louis-Jacques Daguerre (1787-1851), inventore della dagherrotipia. Apparve in Italia con grafie diverse (daguerrotipo, dagherreo-tipo, dagherrotipo, cfr. Migliorini 1983, pp. 623 e 642), tra il 1836 e il 1839, gli stessi anni in cui veniva messo a punto il processo all'origine della tecnica fotografica.

12. La celebre frase del Re Sole, Luigi XIV (1638-1715), sintetizzava l'assolutismo di questo sovrano francese, ed  divenuta un motto popolare e un consolidato luogo comune.

13. Klemens Wenzel Lothar Principe di Metternich (1773-1859), celeberrimo uomo politico austriaco di origine tedesca. La frase Dopo di me, il diluvio, che il Principe si lascia scappare dalla bocca, in realt  attribuita alla marchesa di Pompadour: Aprs nous le deluge!.
14. Il termine puff ha qui due significati, entrambi mediati dal francese: il primo  quello di "debito" (far puff, "far debito"), e si lega alla prima parte del discorso Il denaro fa tutto. Ricordiamo il romanzetto di Antonio Ghislanzoni (1824-1893), L'arte di far debiti (1881), il cui personaggio narrante ha un cognome "trasparente": Roboamo Puffista. L'altro significato di puff  quello di "discorso reclamistico, annuncio pubblicitario ciarlatanesco". Questo secondo significato si avvicina a quello del termine successivo rclame, ma anche a canards, anch'esso ambiguo, con il significato di 'anatra' (Collodi parla di miglioramento della razza dei Canards), ma anche con quello metaforico di 'notizia falsa', collegandolo
cos all'ultimo termine francese blague,'fandonia, frottola'. La Francia  dunque vista, attraverso questa esposizione di sinonimi, come la patria dell'ambiguit linguistica ed economica: tutto  falso, ambiguo; tutto ha un prezzo, una tariffa. Questo continuo martellamento reclamistico  sintetizzato da Lorenzini con la metafora della gualchiera, l'antica macchina tessile azionata da un mulino ad acqua che muoveva i suoi pesanti magli. Si veda anche Perrot, pp. 42-44, in particolare il paragrafo, dal titolo eloquente, Littrature et commerce: Pujfou l'art de gonfler les signes des choses.

15. La frase viene fatta derivare da un pensiero di Francesco Bacone (Francis Bacon, 1561-1626) e si legge negli Essays (1597): Times is the measure of business (cfr. Pittno, pp. 268-269).

16. Oggi la grafia italiana varia tra hourra, hurr, urrah e urr -, Lorenzini si attiene alla grafia francese. Nel Lessico dell'infima e corrotta italianit si legge: Hourr. Chi avrebbe mai detto che all'italiano Evviva, accorciato in Viva, che  tanto bello, perch ha un significato gentile, si sarebbe sostituito questo urlo di belva del settentrione? (Fanfani-Arla 1911, p. 235). Lorenzini mette, prudentemente, la parola straniera in corsivo, ma il termine era attestato in Italia intorno al 1822.

17. Al mitico vescovo Turpino erano attribuiti i racconti dei Cavalieri della Tavola Rotonda; Collodi fa qui un elenco di nomi e stereotipi storico-letterari medievali, raccogliendoli sotto la categoria di anticaglie, roba buona passata di moda, buona soltanto a tagliarci sopra qualche novella, per consumo dei ragazzi, o qualche libretto per musica. L'epoca (e la moda) del romanzo storico, nato in area anglosassone e diffusosi rapidamente in tutta l'Europa romantica, che aveva come principale propagatore Walter Scott (1771-1832), era da poco passata, ma ancora si ripercuoteva nell'Opera lirica grazie alle riduzioni proposte da Giuseppe Verdi e altri. Poco meno di tre anni, infatti, erano passati dall'esecuzione della prima rappresentazione, a Roma, nel 1853, del Trovatore di Verdi, su libretto di Salvatore Cammarano (1801-1852), tratto dal dramma cavalleresco dello spagnolo Antonio Garcia Gutierrez (1812-1884), El Trovador (1836).

18. Si tratta di un termine tratto dal mondo bancario. Secondo il DEI la parola  attestata nell'Ottocento con il significato di banchiere che fa prestiti ritenendo lo 'sconto', mentre, per il Petrocchi, si tratta di chi sconta cambiali.

19. Furono pubblicate in quei primi decenni dell'Ottocento le opere di Auguste Comte (1798-1857), dove si propugnavano le nuove teorie positiviste che, in breve, si sarebbero diffuse in tutta Europa. Lorenzini sembra voler fare una polemica ironica, ma, in particolare, intende colpire gli atteggiamenti materialistici della moderna societ: Il guadagno  l'unica falsariga delle nostre operazioni. Nell'espressione mettersi sulla via del positivo possiamo anche cogliere l'eco di una pi classica locuzione: essere!mettersi sulla via di Damasco, cio sulla via del ravvedimento, della conversione.

20. Il francescone  moneta toscana di 5,60. Moneta in generale. Quando sonano ifrancescani tutti corrono (Petrocchi). La moneta valeva 10 paoli ed era stata coniata da Francesco I di Lorena (1708-1765).

21. Il proverbio portare nottole ad Atene, come  noto, ha il significato di "fare una cosa inutile, portare qualcosa dove gi abbonda", e si ritrova in tutti i repertori paremiologici, associato ad altri simili come: portare cavoli a Legnaia, portare vasi a Samo, portare tavole a Fiumalbo, ecc. Mentre non ci risulta documentato portare semelli a Pisa; il fatto che Lorenzini evidenzi graficamente la locuzione, estrapolandola dal contesto, fa pensare tuttavia ad una citazione a lui ben nota. Il semel o, in toscano, semelle, era un panino di fior di farina e lievito di birra; il nome deriva dal tedesco semmel che a sua volta deriva dal latino simila, 'semola'. Dal Petrocchi ricaviamo questo esempio fraseologico: Bionda come un pan smel. Sempre in RV, XXI, Stazione di Livorno, si parler ancora e specificamente di semelli associati all'altro pane dolce per colazione, il chifel.

22. Un topos, questo dello studente scioperato, molto utilizzato dalla letteratura comica ottocentesca: si pensi al componimento di Giuseppe Giusti (1809-1850) Le memorie di Pisa (1842), dove il poeta ricorda con nostalgia quei quattro anni passati come studente scapato all'universit di Pisa. Altra poesia con tema analogo  quella di Arnaldo Fusinato (1817-1889), Lo studente di Padova (1847). La zecchinetta era un gioco d'azzardo (proibito) fatto con tre carte. Il termine deriva da lanzichenecco, probabilmente perch giocato da quei soldati; in romanesco ha forma al maschile e cos lo utilizza Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863), nel sonetto Gli chrici (1833): Ggiucheno a zzecchinetto in zagrestia.

23. All'inizio dell'Ottocento i sigari Avana (lavorati a Cuba) avevano raggiunto la fama di sigari di qualit e di alto valore economico, pertanto non tutti potevano fumarli. Il povero studente, privo di quattrini, non pu che fumare un surrogato del sigaro cubano. Nell'Atto primo, scena V, di AC, i tre falsi amici criticano i sigari trovati nel salotto di Florestano: Vediamo (dopo averne preso in mano qualcuno). Ho capito; sono di quei sigari che fanno di tutto per disonorare l'Avana (Tutti e tre prendono dei sigari, ed empiono i loro portasigari). In MF, III, il Cavaliere di Santa-Fiora ha in bella mostra sul suo scrittoio una scatola di sigari cazzadores, che sono una variet dei sigari Avana. Il colore chiaro del tabacco (simile al nocciola) aveva denominato anche una tinta, il color avana.

24. Il dettato latino  qui riportato correttamente: lo studente ha ancora qualche rimembranza degli studi fatti. Ma in MF, XVII, la frase viene storpiata (in primis et antonia), secondo una abitudine frequente nella lingua del volgo (non dimentichiamo che  la camiciaia Sandrina a parlare), che adattava le frasi latine verso una etimologia popolare pi vicina e comprensibile ai parlanti (cfr. Beccaria, pp. 29-42). Si veda anche il sonetto del Belli, Fidasse  bbene, e nnun fidasse  mmejjo (1831): In-primi-e-Antonia te v ff corrnuto.

25. Nel 1736 l'inglese Jonathan Hulls (1699-1758) applic una macchina a vapore alla ruota a pale, sistemata in corrispondenza della poppa, di un piccolo rimorchiatore, navigante in un canale. Robert Fulton (1765-1825), inventore americano, costru il primo battello a vapore, lo steam-boat, come correttamente lo chiamer pi avanti Lorenzini. Denis Papin (1647-1714), medico e fisico francese,
per primo tent di impiegare il vapore per azionare una macchina a pistone e invent l'autoclave o digestore, la cosiddetta "pentola di Papin". Queste e altre notizie che dir pi avanti (compresa la barca a vapore descritta dal Serati), Lorenzini le ha desunte dal volume XIV del Nuovo Dizionario Universale Tecnologico o di Arti e Mestieri, prima edizione italiana, Venezia, Antonelli, 1836, alla voce Vapore.

26. L'appellativo il gran Capitano ha il sapore di una antonomasia, ma c' un misto di rispetto e di velata ironia nelle parole di Lorenzini. Napoleone (che pi avanti diventer il gran Prigioniero) era divenuto uno stereotipo, e spesso Collodi ne fa uso nei suoi scritti satirici, valga per tutti quel Leoncino, diminutivo di Napoleoncino, in SA, Chi non ha il coraggio non vada alla guerra. Il dato storico, per,  preciso: Napoleone raggiunse il suo esilio nell'isola di Sant'Elena a bordo del Bellerofonte.

27. La battuta mira a colpire certa presunzione da superpotenza culturale e militare della Francia (presunzione giustificata, in effetti), ma attraverso la filigrana della cultura toscana, che Collodi usa intelligentemente per ridurre tutto il mondo circostante ad una pi semplice visione popolare, in una sorta di Toscanina universale. Il pan-tondo era semplicemente un normale pane di questa forma: del pi fine; Petrocchi aggiunge la locuzione occhi di pan-tondo, per 'occhi sgranati'.

28. Per quanto nel 1856 lo sviluppo delle ferrovie in Europa avesse fatto passi da gigante in soli venticinque anni (da quel 1830 fatidico), dal punto di vista linguistico, in Italia, erano ancora parecchie le incertezze sulla terminologia che accompagnava questa sorprendente espansione: Lorenzini, pertanto, pu scrivere indifferentemente strada ferrata, via-ferrata, ferrovia, rotaie e rails.

29. Questo capitolo  una sorta di abstract del racconto odeporico che verr descritto in dettaglio nei capitoli successivi. Interessa, fin da ora, far notare che un identico percorso, ma via fiume, sull'Arno, con descrizioni dei luoghi, aneddoti storici e locali molto simili a quelli di Lorenzini, si trova nel canto XXXIX, Il viaggio per Arno, del poema eroicomico Il poeta di teatro (1808) di Filippo Pananti (1766-1837). Il testo a cui faremo riferimento  quello della terza edizione italiana pubblicata a Firenze dalla Stamperia Piatti nel 1826. Non a caso si  scelta questa edizione: la Libreria Piatti era luogo frequentato assiduamente dal poeta del Mugello (e da molti altri ingegni toscani); e sar anche il luogo dove un giovanissimo Lorenzini inizier a lavorare, nel 1844, e ad avere i suoi primi contatti culturali e politici.

30. L'abate Giovanni Lami (1697-1770), storico e bibliotecario,  ricordato anche da Pananti in una nota a commento dei versi del canto XXXIX: L'abate Lami ha fatto un viaggio scientifico da Firenze a S. Croce, andando per terra [...], il dotto Lami chiam Hodoeporicon quel suo viaggio scientifico. L'eruditissimo Lami verr ricordato pi avanti, al capitolo X, Stazione di Signa.

31. Vincenzo Viviani (1622-1703), matematico, discepolo di Galileo e di Torricelli.

32. L'uso dei deonimici in Collodi si muove in due direzioni: una linguisticamente tradizionale, che si avvale di deonimici consolidati nella lingua parlata, l'altra che, invece, ne fa un uso antifrastico, teso a rafforzare il momento ironico e satirico. Ronzinante, il nome del cavallo di Don Chisciotte, appartiene al primo tipo. Anch e fiacre
 un deonimico, di etimologia ben nota: uno dei primi noleggi di carrozze pubbliche, a Parigi, aveva, sopra la rimessa, un'insegna con l'immagine di Saint Fiacre, pertanto, il nome del santo pass ad indicare quelle vetture prese a nolo (cfr. Migliorini 1968, p. 131). Lorenzini continua a scriverlo in corsivo, per concedersi, poco pi oltre, la pronuncia popolare fiorentina: fiaccherrre, con tre r (cfr. Randaccio 2006, Andar per minuscole... deonomastica collodiana, pp. 129-137).

33. Terrazzano: campagnuolo, contadino, montanino (Petrocchi). Lorenzini scrive cravatta in corsivo. La parola deriva da croato, perch i soldati della Croazia introdussero una forma primordiale di questo capo d'abbigliamento. Il termine arriva in Italia passando dalla Francia, ma era in uso, da noi, da qualche decennio, abbastanza comunque per divenire un nome comune: Lorenzini ne evidenzia per ancora il valore di forestierismo. Pi avanti, nel sesto capitolo (Un Romanzo), scriver, sempre in corsivo, corvatta: ancora un termine di transizione, che poteva convivere con il definitivo cravatta.

34. Le precedenti osservazioni di Lorenzini trovano la loro logica conclusione in questa digressione sull'uomo-pedone (gi apparsa sullo Scaramuccia del 19 maggio 1854). Il riferimento palese  alla Teoria dell' andatura (Thorie de la d-marche, 1832) di Balzac e a tutte le "mode fisiologiche" di quel primo scorcio di secolo (per ulteriori approfondimenti rimandiamo alla preziosa introduzione di Mariolina Bongiovanni Bertini a Honor de Balzac, Patologia della vita sociale, cit., pp. XXII-XXX). Il mito dell'Ebreo errante era ben consolidato nella cultura, ma qui  indubbio un richiamo al romanzo di Eugne Sue, Le Juif errant, uscito negli anni 1844-45 in dieci volumi. Nell'articolo Un impresario fra due prime donne, apparso su L'Arte del 23 febbraio 1853, si legge: Sono tanti anni che l'ingegno umano, questo disgraziato Aasvero errante, si logora alla ricerca d'un idioma universale; Aasvero , appunto, il protagonista del romanzo di Sue. Le scarpe a doppio suolo danno l'idea di scarpe pesanti e scomode, ma resistenti a un cammino per sentieri difficili. Suolo in toscano  il singolare di "suola".

35. Giapeto  il padre di Prometeo e la razza giapetica veniva contrapposta a quella semitica, ma, qui, il sintagma  usato con un certo sarcasmo per indicare l'intera umanit. Si noti, di sfuggita, l'evidente assonanza tra Giapeto e Geppetto, entrambi genitori di "prometeiche" creature.

36. Il nuovo strumento di trasporto, il velocipede, ben accetto da Lorenzini, era stato a suo tempo oggetto di critiche e parodie: si pensi al sonetto di Neri Tanfucio (Renato Fucini, 1843-1921) La prima lezione di Velocipite. Collodi ricorder in AP, XIX, che il giovane imperatore del Paese di Acchiappa-Citrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordin grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e di velocipedi (cfr. Randaccio 2006, V come velocipede, pp. 103-111).

37. Lyon era un termine molto in voga nel primo Ottocento; la parola definiva l'uomo di mondo, aristocratico o al pi borghese, fornito di fascino o di denaro in grado di renderlo comunque seducente. La figura del lyon divenne oggetto di
numerose parodie: si ricordi, per tutte, la lunga poesia di Arnaldo Fusinato, La fisiologia del Lion ( 1846), che vivisezionava con il bisturi della satira questo tipo umano: [...] Fu petit-matre chiamato un d / Poi muscadin, indi dandy, / E fu per ultimo in Albion, / Ribattezzato per un Lyon; / Il che significa, con sua licenza / Ch'egli  la bestia per eccellenza (vv. 27-32). Questa la definizione del Fanfani-Arla: I Francesi cos addimandano quel giovane tutto eleganza e profumi, nei costumi un po' libero, e affettante una cert'aria di disprezzo e di originalit; e Lionne addimandano la Giovine che si d l'aria di un uomo: cavalca, fuma, gioca a giochi rovinosi, attillata poi da non dirsi....

38. Questo elenco di vetture (di legni) ritorna quasi identico in MF, III, ma  assente il termine Malibran, quasi avesse, ad appena un anno di distanza, perso valore denotativo. Si tratta, in effetti, di una rarit linguistica e questa di Lorenzini  l'unica attestazione letteraria che risulta. Il termine deriva dal nome della celebre cantante Maria Felicia Garcia Malibran (1808-1836) ed  chiaramente un passaggio dal nome proprio al nome comune, ben spiegato da Fanfani 1863, alla voce Andrinne: [...] come qui in Italia si chiama ora Malibran una tal foggia di carrozza, perch cos se la fece fare, per sue cagioni, la celebre cantatrice Malibran (per malibran 'carrozza', rimandiamo a Tempesti 1988, pp. 118-121; si veda inoltre Randaccio 2006, M come Malibran, pp. 41-46). Un elenco quasi analogo di legni di vettura si legge anche in un romanzetto di Luigi Ciampolini (che fu intimo di Giuseppe Aiazzi, amministratore della Libreria Piatti e amico del Lorenzini), pubblicato a Firenze nel 1832 (non dar ragguaglio delle carrozze, dei Cabriol, dei Land, dei Tilbury, delle Brische, e di tutto ci che sotto il titolo di equipaggio nel dizionario della corrente eleganza  compreso, Viaggio di tre giorni, a cura di Luca Toschi, Napoli, Guida Editori, 1983, p. 107); opera avvicinabile a RV per la vocazione umoristica e sterniana dell'autore e per le frequenti digressioni. Un ultimo elenco di carrozze si pu leggere nel libretto anonimo Storia delle Mode, pubblicato a Milano dal Corriere delle Dame nel 1854: Chi potrebbe dire soltanto i nomi delle carrozze variate ond'ella si serve? [...], la remise, oltre la berlina per le grandi cerimonie [...] la bastardella nei giorni d'inverno, la calche [...] il carrick per correre al passeggio, il coup, il phaeton, il bokei, il guigne, il droshka (si cita dalla moderna riproduzione anastatica: Storia della Moda, prefazione di Natalia Aspesi, Milano, Tea, 1993, p. 88).

39. L'unit di misura definita braccio (qui in sigla) era presente in molti stati italiani, ma con misure variabili: pi o meno la lunghezza di un braccio umano, tra 60 e 70 cm.

40. Come osservato nella nota 28, molta terminologia ferroviaria  ancora in fase di definitiva affermazione: in questo caso tender  scritto in corsivo. Il termine  conosciuto e ha resistito nel tempo con la sua forma straniera, ma  condannato dai puristi: quel carro, che  attaccato alla macchina sulle strade ferrate, carico di carbone, acqua, ecc. Come va detto in italiano? Provveditore (Fanfani-Arla 1911). Non  scritto in corsivo il termine cocke, ma la grafia non  corretta (cocke>coke): potrebbe trattarsi di uno dei tanti errori del proto, visto che in italiano era ammessa anche la forma coche. Pi avanti si legger il termine wagone, che  una via di mezzo
tra l'inglese waggon e la moderna accezione italiana vagone (cfr. Migliorini 1983, pp. 663-664).

41. Lorenzini aveva iniziato appunto il "romanzo" dei due amanti, che si dicono addio, all'interno della stazione di Firenze, presso il treno in partenza per Livorno: a dimostrare cos il suo felice intuito di narratore per un tema sentimentale che poco pi tardi diventer un topos, diffondendosi rapidamente nella letteratura europea dell'Ottocento (Opere, M, p. 859, nota 86).

42. Il personaggio di Stenio, che sembrerebbe divenuto una antonomasia letteraria (per altro non confermata in altri esempi), attesta la conoscenza da parte di Lorenzini dell'opera della scrittrice francese pi in voga in quei tempi, Arnandine-Lucie-Aurore Dupin (1804-1876), meglio nota con lo pseudonimo di George Sand. Il rapporto tra l'opera di Collodi e di George Sand  stato studiato attentamente da Jean Perrot. L'Antinoo dei Greci  il bellissimo Antinoo (di origine greca), favorito dell'imperatore Adriano, che mor affogato nel Nilo. L'imperatore dopo la sua morte lo divinizz e fond una citt in Egitto in suo onore, Antinopoli. Il termine fantastico  cos spiegato in Petrocchi: Di pers. sofistica stranamente capricciosa; in Fanfani 1863: Stravagante, falotico, intrattabile.

43. Il personaggio foscoliano era da molto tempo divenuto un duplice modello antonomastico: quello dell'innamorato romantico e quello dell'aspirante suicida (cfr. Migliorini 1968, p. 197). Collodi utilizza la fama del primo stereotipo per farne un uso antifrastico al limite del paradosso. La modistina era vezzeggiativo per modista: secondo il buon senso toscano  qualcosa pi di Crestaia, ma ad essa si assorella (Fanfani 1863). La crestaia era la lavoratrice di creste o d'altri abbigliamenti per uso delle donne, mentre la crestaina veniva invece definita: cos chiamansi a Firenze le scolare delle modiste, che vanno vestite elegantemente, e che per ordinario sono civettine e uccellatrici di gonzi (Fanfani 1863). Celebre la definizione del Tommaseo-Bellini che alla voce modistina avvertiva di non andare a vedere alla voce modestina perch l'una con l'altra le non si possono vedere. Una battuta simile la ritroviamo in ON, Gli ultimi fiorentini, nel paragrafo Tipi fiorentini scomparsi: Un altro tipo scomparso: quello della "Modistina" vocabolo che non deriva dalla parola greca Modestia.

44. Lorenzini instaura immediatamente una comunicazione metanarrativa con il proprio lettore, secondo uno stilema chiaramente sterniano: l'autore parla con il suo pubblico, aprendo rapide parentesi o digressioni e smontando cos la struttura narrativa della sua stessa opera. Un identico appello al lettore si legge in Margherita Pusterla ( 1838), di Cesare Cant (1804-1895), che nel frontespizio recava questa frase: Lettor mio, hai spasimato? - No. - Questo libro non  per te.

45. Battista, cio 'tela finissima di lino'. Il termine poteva essere scritto con una t sola (batista, voce che ha poi prevalso), ma era ammessa anche la forma con la doppia; l'origine del termine  onomastica: dal nome di Jean Baptiste de Cambrai, il tessitore francese del Duecento che la cre.

46. La focosa danza tedesca, che dalla Francia (galop, databile intorno al 1830)
passa in Italia e che qui mantiene ancora una forma grafica francese. Il gioco di parole, slave!slavate, ricorda quello visto prima di modista!modesta: sembra che Lorenzini non si lasci mai sfuggire l'occasione per una ironica battuta misogina.

47. Petrodattilo sta per 'pterodattilo'. Si veda Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873), L'Asino, Torino, Tip. Scolastica, 1859, p. 85: pochi mesi dopo aprendo il viadotto nella lavagna tra San Leggero e Nanci venne alla luce vivo un Petrodattilo, pipistrello immane grande quanto un'Oca, animale antidiluviano. Il termine mastodonte, che arrivava dalla Francia,  databile intorno al 1810.

48. L'analogia tra occhi accesi e lanterne torna spesso negli scritti di Collodi, valgono per tutti gli occhi di Mangiafoco che parevano due lanterne di vetro rosso; era comunque metafora scherzosa registrata anche dai lessici. Il termine vampiro giunge in Italia attraverso il modello francese, ed  attestato intorno al primo decennio dell'Ottocento; in questo caso Lorenzini lo utilizza con intento ironico e, soprattutto, metaforico. Questa figura del vampiro attaccabottoni  un prototipo di quello che sar, definitivamente in M, Un'antipatia, il personaggio dell'uomo-colla, dell'importuno scocciatore, che a sua volta lo scrittore aveva ripreso dalla nona satira di Orazio: Ibam forte via sacra, sicut meus et mos (cfr. Opere, M, p. 844, nota 51).

49. Palese richiamo al Macbeth ( 1847) di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave (1810-1867), in particolare al crocchio di streghe dell'Atto primo, scena I, una delle quali pronuncer la frase: M' frullata nel pensier.

50. Questo rapido intervento di sapore antropologico-folklorico rivela l'attenzione di Collodi per la realt quotidiana della gente comune e le consuetudini locali; lo scrittore far ampio uso di simili osservazioni nei suoi manuali geografici. Il gesto mimico qui descritto  uno dei tanti gesti pantomimici (come le piroette sul calcagno, le sfregatine di mani, ecc.) che caratterizzano i personaggi collodiani.

51. Il droski  una vettura di origine russa (almeno nel nome), dalla quale per ignota traslazione deriva in area pisana il termine drosche, 'una specie di ponce' (cfr. Tempesti 1988, pp. 48-51). Il crescendo di particolari tipico della scrittura collodiana crea una attesa ingiustificata. Si parte dall'immagine paradossale del normanno trentenne, un cavallo da tiro (tipo normanno) con un'et da pensione, ma ancora in esercizio, all'auriga (con termine classico) eccessivamente democratico con un cappello all'Emani, fino alla agnizione del terrazzano. Il cappello alla Emani richiama il personaggio del dramma Emani o l'onore castigliano (1830) di Victor Hugo ( 1802-1885), divenuto ancor pi celebre grazie all'opera di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave. Il particolare cappello era stato creato dal costumista per la prima rappresentazione dell'opera di Verdi al teatro La Fenice di Venezia nel 1844: aveva a modello il cappello dei montanari, con falde larghe, di forma tonda e sormontato da una penna. Divenne il copricapo-simbolo dei patrioti veneziani durante i moti del 1848. Collodi lo ricorda anche in ON, Gli ultimi fiorentini, nel paragrafo Il fiaccheraio.

52. Per quanto possa risultare ridicolo per la sua ambigua omofonia, il plurale lordi non  scorretto, e pertanto si trova registrato nel Petrocchi. Risultava invece
errato il cognome del famoso banchiere Rothschild, trascritto Rostchild (ed  stato pertanto corretto), ma spesso questo cognome, di difficile trascrizione e pronuncia, veniva adattato dai parlanti: un roscille, un roscilde. Il nome della famosa famiglia di banchieri derivava dalla scritta Zum roten shield, Allo scudo rosso, che appariva sull'insegna di un locale appartenuto a un antenato. Il nome dei Rothschild (che, dalla seconda met del Settecento in poi, avevano stabilito il primato della potenza finanziaria privata in Europa), era divenuto sinonimo di 'ricchezza': un rothschild equivaleva a un uomo ricchissimo (Petrocchi). Anche in MF, II, viene usata la stessa antonomasia, ma la trascrizione del nome  corretta. Non abbiamo trovato un riscontro con Northumberland;  possibile si riferisca genericamente al duca di Northumberland, dato che il casato vantava possedimenti e ricchezze. Il nome di Rothschild (ancora con grafia Rostchild) si trova citato in un articolo di Lorenzini apparso sull'Italia Musicale del 15, 18 e 24 dicembre 1858, dal titolo Le mie impressioni.Caff Martini (cfr. Opere, PS, p. 1095, nota 16).

53. Questo gesto  una specie di firma stilistica di Lorenzini. Le gestualit accentuate, sottolineate si direbbe, di molti personaggi collodiani, gesti recuperati da tanto teatro popolare, fatto di maschere e di modelli espressivi ripetuti, hanno la funzione di marcare un preciso momento scenico, psicologico, umorale.

54. Il nome del grande storico torna spesso nell'opera di Collodi, ma, in questo caso, con ben altri intenti umoristici: lo scrittore, infatti, pi che irridere al laconismo di Cornelio Tacito, allude al suo traduttore fiorentino, Bernardo Davanzali (1529-1606), che tradusse, appunto, gli Annali, tra il 1580 e il 1596.

55. Non abbiamo molti dati su questo inventore, di certo sappiamo che l'empolese Filippo Barrier, di ritorno dalla Francia, intorno al 1830, port con s il segreto per la fabbricazione dei fiammiferi e fond la prima industria italiana a Empoli, appunto.  ricordato, spiritosamente, nell'Asino di Guerrazzi, al capitolo IV: la luce dei fiammiferi vien meno intorno al tempio di Barrier.

56. Moneta d'oro di tre ruspi. Misurare i rusponi collo staio, rusponi a palate. Esser ricchissimo (Petrocchi). Il ruspo era lo zecchino gigliato di Firenze.

57. Il verso, leggermente variato,  tratto dal poemetto Il Giorno di Giuseppe Parini (1729-1799), pi precisamente dal Mattino, dove per suona cos: Lacerator di ben costrutti orecchi (v. 109). Lorenzini lo riutilizzer, riadattato, anche in MF, I.

58. Il termine pot-pourri (pot-pourri) giunge in Italia intorno al 1729, inizialmente con significato gastronomico di carni e verdure varie cotte insieme, nell'Ottocento passato a significare 'scelta di arie musicali' e 'guazzabuglio' (Paolo Zolli, Le parole straniere, Bologna, Zanichelli, 1991, p. 39). La voce era condannata dai puristi (cfr. Fanfani-Arla 1911, p. 426).

59. Tubelcain  variante ottocentesca per Tubalcain, ovvero Tubalkin, eroe biblico, figlio di Lamech (Genesi 4, 21-24). E nella discendenza di Caino la Bibbia gi parla di Tubelcain che lavor di martello e fu artefice in obbietti di rame e ferro (Luigi Cicconi, Storia del Progresso
dell'Industria Umana, Torino, Pomba, 1842, vol. I, p. 9). Risulta pertanto corretta l'allusione di Lorenzini, che
attribuisce al personaggio biblico l'invenzione
dell'Incudine e del Martello. La profezia ironica di Collodi sulla musica futura ha trovato risposta in buona parte della musica sperimentale del Novecento.

60. Cesare Ciardi (1818-1877), flautista e compositore fiorentino, autore di numerosi studi, conosciuto e attivo anche all'estero, fu professore al Conservatorio di San Pietroburgo. Giovanni Bimboni (1813-1893), clarinettista, compositore e professore; molti musicisti, tra cui Rossini, gli dedicarono vari brani per clarinetto.

61. Sembra quasi un pleonasmo onomastico il nome di questo pittore di Roma, mentre il nome dell'amata, Ofelia,  carico di rimandi letterari, il pi scontato  quello shakespeariano (cfr. Opere, M, p. 840, nota 37). Il termine inglese groom ('stalliere', 'giovane servitore in livrea') torna spesso in Collodi.

62. L'espressione  corretta: un casa del diavolo (con l'articolo indeterminativo maschile) valeva un gran baccano. Stamani gi nella locanda c'ra un casa del diavolo (Petrocchi, s.v. casa). Per quanto riguarda il Merlo del precedente episodio, dobbiamo ricordarne l'assidua presenza nell'opera di Collodi, come animale simbolico o, come in questo caso, semplice strumento per una interruzione narrativa. Si ricordi per tutti il merlo bianco "moralista" di AP, XII, che finir mangiato dal Gatto (cfr. Opere, AP, pp. 964-965, nota 89).

63. La lunga digressione verr ripresa con identico umorismo in MF, VIII, e giunger fino ad ON, Gli ultimi fiorentini, in particolare nel paragrafo Citt o Casa?: Firenze, avanti la sua decadenza, poteva chiamarsi una casa grandissima, nella quale tutti gl'inquilini si conoscevano o di vista o di saluto o di nome. Ma il brano era stato pubblicato per la prima volta da Lorenzini sullo Scaramuccia del 14 marzo 1854, con il titolo Chi mi presta una cronaca? (cfr. Opere. M, p. 903, nota 97).

64. Zeffirino, nome abbastanza frequente nell'opera di Lorenzini, ha in s un'immagine di leggerezza e di freschezza, essendo ispirato al nome del vento primaverile di ponente. In MF, dove, invece, veniva attribuito ad un ambiguo personaggio, doppiogiochista e probabile spia, acquisiva una precisa valenza allusiva: e siccome chi fa la spia si dice, nell'uso fam., che soffia; e anche quando si hanno vicine le spie, si dice, che tira vento, che vuol tirare vento; perci il Fagioli chiam Zejfiri coloro che rifistiano ogni cosa (Tommaseo-Bellini, s.v. zeffiro).

65. Spleen  parola chiave di tutto l'Ottocento letterario europeo, dal significato metaforico di 'noia, malumore'. In Italia aveva dato luogo al neologismo splenetico, condannato per altro dai puristi: Anche questa  da notar tra le gemme de' parlatori moderni, tolta di peso alla lingua inglese e foggiata all'italiana. Da Spleen, che vale Uggia, Malumore, Paturne, Mattana, con tutta l'infinita schiera delle frasi che loro tengono dietro (Fanfani-Arila 1911, pp. 551-552).

66. Il quartale , nel gergo teatrale, un quarto della paga pattuita; gli impresari pagavano le spettanze agli artisti in quattro o cinque parti.

67. Erina  nome raro, dall'origine poco chiara; potrebbe trattarsi di una variante di Irene, pi probabilmente si tratta di un ipocoristico (da Venerina? Da Caterina?). Probabilmente  legato a significati classici (Erinni/Erinne/Erine) o, anche, al nome
dell'Irlanda (la verde Erma, Petrocchi); ma si ricordino i versi della Pentecoste di Manzoni: Dall'Ande algenti al Libano, / D'Erma all'irta Haiti (vv. 85-86). In primo luogo, tuttavia, il nome rappresenta un senhal poetico per Giovanni Prati (1814-1884) e ritorna in almeno quattro sue composizioni (Alla luna; La notte de' morti; La passeggiata; Ricordo):  possibile dedurne pertanto, conoscendo gli attriti tra lo scrittore fiorentino e il poeta, che la scelta del nome femminile da parte del nostro sia stata volutamente satirica. Nel 1854, infatti, Lorenzini aveva pubblicato sullo Scaramuccia del 6 giugno e del 4 luglio, una feroce stroncatura del poema Rodolfo, dando vita ad una accesa polemica sfociata nella vendetta letteraria del Prati che, in Satana e le Grazie (1855), rappresent Lorenzini come un topolino divorato da un gatto.

68. Assalonne, terzo figlio del re Davide, bello e ambizioso, tent di rivoltarsi al padre e di conquistare il trono.  qui ricordato (per antonomasia) per la sua folta capigliatura, che gli risult fatale: rimase infatti impigliato ai rami di una quercia della foresta di Efraim, dove si svolgeva la battaglia per l'usurpazione del trono, e cos, appeso per i capelli, fu trucidato da Ioab. La pettinatura all' Assalonne indicava, pertanto, una folta capigliatura (cfr. Migliorini 1968, p. 136). Anche in MF, XII, torner un personaggio con una lunga capellatura alla Assalonne. La digressione sul Romanzo sociale e sull'impossibilit di realizzarlo in una citt-casa come Firenze  qui esposta per la prima volta, ma passer quasi integralmente in MF, VIII. I Misteri di Parigi (1843) di Eugne Sue, che avevano suscitato in tutta Europa entusiasmi e critiche, avevano determinato la nascita di un originale filone letterario, quello dei Misteri, a cui dar il proprio contributo anche Lorenzini con la pubblicazione dei Misteri di Firenze nel 1857 (si veda, per una analisi del genere letterario e dei suoi sviluppi editoriali in Italia, la nostra Introduzione al romanzo, in questo stesso volume).

69. Il termine slombato allude a una assoluta mancanza di forza, di grazia e di colorito (Pietro Fanfani, Vocabolario dei sinonimi della lingua italiana, Milano, Carrara, 1865, p. 158), dunque vale 'privo di energie, stremato', come appunto la voce slombata di un tenore in riposo.

70. Qui si nota una punta di sarcasmo contro i propri concittadini: il giovane  ben vestito ed  sobrio nel parlare, pertanto non pu essere un fiorentino! Crispazione vale per un 'arricciamento, raggrinzimento' delle labbra, in questo caso in un sorriso. Si legga quanto asseriva in merito Ferdinando Ranalli: Vuoi per avventura stranezza maggiore di linguaggio figurato deformissimo? E facile  a conoscere che ella in grandissima parte nasce dalla bruttezza delle voci e delle frasi, non meno improprie che scolorate, quali sono il brivido del cuore, la crispazione convulsa delle labbra, le curve disegnate dalla bocca, e il comporsi di essa in triste linee angolari, la rovina spirituale, le corde che vibrano nel cuore (Degli ammaestramenti di letteratura, Firenze, Le Monnier, 1857, voll. 1-2, p. 327).

71. Questo personaggio, che rimane nell'anonimato dietro ai suoi occhiali verdi, come molti personaggi collodiani che derivano da una tradizione di macchiette e caricature umoristiche,  identificato da un attributo fisionomico o, come in questo
caso, semplicemente da un preciso oggetto che lo contraddistingue. La descrizione fisica rafforza questa caratterizzazione ai limiti della caricatura grafica dei migliori giornali umoristici del tempo. In particolare, il fatto di essere fatto a scampoli da madre natura, richiama un futuro personaggio collodiano, Scampolino, dell'omonimo racconto di ON, che fra gli uomini di statura comune,  un vero scampolo, o come chi dicesse, un uomo fatto a miseria. Un gran paio di occhiali verdi molto simili vengono portati dal personaggio del professore Armandi in M, Uno scandalo. Indossa un paio di occhiali simili anche il notaio Jacques Ferrand dei Misteri di Parigi di Eugne Sue: Gli occhi neri, piccoli, vivaci, penetranti, in azione perpetua, erano nascosti da grossi occhiali verdi. Ei possedeva un'ottima vista; ma riparato da quei cristalli, poteva, oh, immenso vantaggio! osservare senza essere osservato (citiamo dalla prima traduzione italiana: Capolago, Tipografia Elvetica, 1848, tomo II, parte IV, cap. XXI, p. 307). Il color spigo vale per color 'lavanda'; spigo  il nome toscano per la Lavandula spica.

72. Policarpo: Lorenzini inizia qui una digressione sui nomi propri e sull'influsso che un nome pu avere sulla vita e sulle scelte di una persona, seguendo il dettato latino del nomen omen. In particolare, le sue considerazioni onomastiche discendono da Laurence Sterne e dal suo capolavoro, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo (1760-67), dove un intero capitolo (il XIX del primo volume)  dedicato all'analisi delle scelte sbagliate nell'imposizione del nome di battesimo e delle conseguenze di ci sul destino di un uomo. Tema caro a Collodi, questo, destinato a tornare in tutta la sua opera come topos umoristico sempre attuale. Policarpo sar anche il personaggio principale della macchietta Un nome prosaico, che si vergogner del proprio nome perch non gradito all'orecchio delicato dell'amata Fatima. Sull'onomastica collodiana rimandiamo a Randaccio 2006, Nomen omen, pp. 53-64, e a Caffarelli-Randaccio. Per una pi ampia indagine sull'influsso dell'opera e del pensiero di Sterne in Collodi, oltre all'introduzione di Daniela Marcheschi a Opere, pp. XVI-XXXII, si veda il numero monografico, Sterne e Collodi, dei Quaderni della Fondazione Nazionale Carlo Collodi, n.s., 2 (1999).

73. Lorenzini contrappone nomi abituali e molto presenti nella cultura del popolo (Policarpo, Niccolosa, Brigida, Taddeo, Veronica), a nomi venuti in auge per fama letteraria o semplicemente per eufonia e per l'esotismo insito in essi (Raullo, Arturo, Fanny, Olga, Catinka). Di connotazione fortemente locale  il rarissimo nome maschile Serumido: a Firenze la chiesa un tempo dedicata a San Pier Gattolino ha preso l'appellativo di Serumido, per deformazione del nome di un devoto rigattiere, Ser Umido Grazzini, che contribu alle spese della sua ricostruzione nel XVII secolo. Raullo/Raoul, nome di ascendenza epico-cavalleresca, ritorna anche in MF e in M, Un nome prosaico e Uno scandalo. Olga si diffuse sull'onda del successo dell'Eugenio Onegin (1831) di Aleksandr Puskin (1799-1837), mentre Fanny, un semplice diminutivo di Francesca, ma d'ispirazione straniera, ebbe una diffusione straordinaria nell'Ottocento. Ricordiamo il racconto di Matilde Serao (1856-1927) La virt di Checchina (1883), dove la grigia protagonista Francesca, ma conosciuta
da tutti con l'ipocoristico Checchina, quando viene chiamata Fanny dal bel marchese d'Aragona, sente di cedere alle sue lusinghe vinta da quel nome. E cinquant'anni prima aveva visto giusto Luigi Ciampolini quando sottolineava: dico Fanny e non Cecchina, perch questo vezzeggiativo non  punto fashionable (Luigi Ciampolini, Viaggio di tre giorni, cit., p. 102).

74. La locuzione popolare  correttamente spiegata da Lorenzini, e si tratta di una delle rare attestazioni di questo toponimo allusivo. Circa cento anni dopo, infatti, commentando le Ciane dell'abate Giovan Battista Zannoni (1774-1832), una delle quali riportava l'identica locuzione (La ragazza vana e civetta, Atto II, scena III), Giuseppe Ugolini non riusciva a dare una spiegazione del raro proverbio (cfr. Giovanni Battista Zannoni, Le ciane di Firenze, prefazione e note di Giuseppe Ugolini, Firenze, Barbra, 1950, p. 165). Si veda anche Roberto Randaccio, Toponomastica allusiva: luoghi reali e fantastici nelle locuzioni evocative, in QuadRion 2 (2006), pp. 147-158. Collodi ripropone la locuzione, senza spiegarla, in MF, IV e in M, I rondoni e le mosche.

75. Quanto alla poetica espressione il bel cielo d'Italia, ormai divenuta trito luogo comune, Lorenzini ne sottolinea l'uso e, appunto, l'abuso. Daniela Marcheschi osserva che si tratta di un topos umoristico frequente in Collodi, che torna in pi luoghi della sua opera, come nella Corrispondenza di Firenze (L'Italia Musicale, 10 febbraio 1855), nella Cronaca fiorentina (Il Lampione, 17 gennaio 1861) e, infine, nel Calendario per il 1887 (Gennaio): Da oggi in poi non sar lecito parlare del bel cielo d'Italia altro che ai poeti, essendo le sole persone di questo mondo, che in grazia della rima e delle licenze poetiche, non siano obbligate a ragionare (cfr. Opere, PS, p. 1103, nota 6). Ma si veda, ancora, quanto scrive qualche tempo dopo sulle pagine di Io Fanfulla. Almanacco per l'anno 1887: Piove. Un congresso internazionale di astronomi si riunisce a Roma. Questi bravi uomini, dopo aver riconosciuto l'incostanza del nostro cielo e la sua colpevole tendenza alla pioggia e al cattivo tempo, deliberano all'unanimit che al bel cielo d'Italia sia tolto l'epiteto di bello, di cui ha abusivamente goduto finora (Opere, AP, p. 1002, nota 145).

76. Il termine stempiato ha qui il significato di eccessivamente grande (Petrocchi).

77. Il dibattito sulla facciata del Duomo di Firenze era, a quei tempi, acceso (cfr. Lo Spettatore, n. 20, febbraio 1856). Anche Collodi sarebbe pi volte intervenuto relativamente al nuovo progetto della facciata. Nell'opuscolo Santa Maria del Fiore. Ricordo del maggio 1887 (Firenze, Le Monnier, 1887), avrebbe pubblicato uno spiritoso Notturno: un dialogo fra il Popolo fiorentino e l'architetto Emilio De Fabris (1808-1883), vincitore del concorso per il progetto della facciata (cfr. Oltre l'ombra di Collodi, pp. 155-159).

78. Abbiamo gi osservato come Lorenzini sfrutti appieno l'uso di antonomasie e di deonimici per i suoi fini umoristici. In particolare, fra questi tre "devastatori" per antonomasia, il nome di Attila sar quello che pi spesso ricorrer nell'opera di Collodi (ricordiamo l'Attila dei pianoforti in MF, VII e L'Attila dei pesci e dei pescatori in AP, XXXIV).

79. Lo scrittore cade in un equivoco, i versi da lui citati sono effettivamente tratti dal poemetto Il cappello di paglia (Firenze 1801), ma quest'opera non  stata scritta dal dott. Lami, come sostiene, bens da Marco Lastri (1731-1811), Accademico dei Georgofili. Potrebbe trattarsi, da parte di Lorenzini, di un lapsus mnemonico: nel Poeta di teatro, nel famoso canto XXXIX, Filippo Pananti fa riferimento al libro odeporico dell'abate Lami, ma accenna anche al poemetto del Lastri, di cui fa specifico rimando in nota.

80. Il termine barbassore indica una persona 'sputasentenze', "chi si d l'aria di uomo importante". Si veda quanto scrive Gino Capponi sull'Antologia del gennaio 1831, p. 6: Osservazioni intorno agli Uffizi civili della critica letteraria: Difatti, quando l'opinione di qualche grave barbassore era di tanto peso da imporre silenzio, accadeva sovente che i docili uditori divenissero stolti, ed il creduto sapiente fosse un impostore. Il quale avea pel volgo che gli prestava fede una sentenza, per s ne teneva un'altra, e si rideva della credulit volgare con quelli stimati eguali in presunzione e in sapere.

81. Si tratta del famoso condottiero lucchese Castruccio Castracani (1281-1328), celebrato anche da Machiavelli nella Vita di Castruccio Castracani da Lucca (1520). Il conio dei castruccini  ricordato da Giovanni Villani (1280-1348) nella sua Cronica: e a pi dispetto de' Fiorentini fece battere moneta picciola in Signa co la 'mpronta dello 'mperadore Otto, e chiamarsi i castruccini (Libro X, cap. 322).

82. Malmantile racquistato, canto I, ottava IX.

83. Il bolognese Domenico Michelacci fu effettivamente colui che nel 1718, dopo varie sperimentazioni, introdusse la coltivazione intensiva del grano marzuolo, utilizzato per ricavare i fili di paglia: questi, opportunamente intrecciati, originavano i famosi cappelli di paglia di Firenze. A Michelacci  oggi intitolato il Museo della Paglia e dell'Intreccio di Signa.

84. Galileo Galilei soggiorn nella villa toscana (edificata nel secolo XV, un tempo della famiglia Strozzi, poi dei Salviati), ospite di Filippo Salviati, suo amico e allievo, al quale dedic le Lettere sulle macchie solari (1612), concepite proprio durante il soggiorno in quella villa. Galileo, successivamente, celebr l'amico Salviati (morto nel 1614) ponendolo fra i tre interlocutori del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632).

85. Questa maestosa residenza si trova sulla riva sinistra dell'Arno, dove confluisce la Pesa, e deve il suo nome alla famiglia degli Ambrogi, antichi possessori di un edificio a due torri e della tenuta circostante. Divenne poi propriet di Ferdinando I de' Medici nel 1573. Nel 1583 l'edificio venne radicalmente trasformato per opera dell'architetto Raffaele Pagni, che port a quattro il numero delle torri. Divenne la dimora preferita di Cosimo III, che la abbell con preziose opere d'arte. Nell'Ottocento fu trasformata in una casa di cura per malattie mentali, per divenire, nel Novecento, un manicomio criminale e infine un istituto penitenziale. Il proverbio posto a fine capitolo  registrato dal Giusti, accostato a uno simile: Fino alla morte non si sa la sorte (Giusti 1884, p. 200). Lorenzini far frequentemente uso di prverbi; in AP sono memorabili quelli posti al capitolo XXXVI, quando Pinocchio, incontrati il Gatto e la Volpe, li redarguir con una sfilza di motti proverbiali. Per una prima indagine sulla presenza dei proverbi nell'opera del Collodi rimandiamo al volume curato da Pietro Clemente e Mariano Fresta, Interni e dintorni di Pinocchio, Atti del Convegno Folkloristi italiani al tempo del Collodi, Pescia-Monte-pulciano, Editori del Grifo, 1986; in particolare al saggio di Pietro Clemente, I proverbi di Pinocchio, pp. 283-295.

86. Emanuele Repetti (1776-1852) pubblic, tra il 1833 e il 1845, il celebre Dizionario geografico fisico storico della Toscana (Firenze, Tip. Mazzoni), in 5 volumi. Lorenzini, con un abile gioco di rimandi, svela la propria fonte per tutte le informazioni storico-geografiche presenti nella parte relativa alla guida storica del suo romanzo; fonte documentaria che, giustamente, definisce commendabilissimo lavoro e dalla quale attinger a piene mani.

87. La grafia proposta da Lorenzini per il termine francese chic  estremamente rara, se non  da considerare un hapax. Accade spesso in questa prima opera di Collodi di ritrovare grafie di parole straniere che ancora devono sedimentarsi nello scritto, mentre sono gi ben consolidate nel parlato. In M, Un paio di stivaletti, si legge: Sar un cappellino scicche, ma si tratta della trascrizione della pronuncia d'uso della parola, registrata comunque in Petrocchi. Confortable  termine inglese (che andrebbe scritto comfortable) attestabile nella prima met dell'Ottocento: quella comodit che gl'inglesi con s bel vocabolo dicono comforts, e dond' venuto che essi chiamano confortevole tutto ci che nelle suppellettili vi ha di compito per l'uso e di gradevole nello stesso tempo per l'occhio (cos Silvio Pellico sul Conciliatore del 2 maggio 1819; cfr. Migliorini 1983, p. 665).

88.  puntuale negli scritti di Collodi l'ironia sulle stuonazioni dei cantanti e delle cantanti di teatro, in parte come critico musicale, in parte come scrittore satirico che far della cantante di cartello una macchietta, una fisiologia da studiare e da riderci sopra. Il termine lupo mannaro (nella presunta etimologia lupus hominarius) era entrato nell'uso comune all'inizio del Settecento. Lorenzini lo scrive in corsivo forse perch sente il termine pi adeguato alla favolistica popolare, o, pi probabile, alla medicina, per indicare la 'licantropia'.

89. Continua la satira sui fiorentini e sulla loro apatia, che facilmente pu essere scambiata per una filosofia di vita: la cosiddetta arte di Michelaccio, cui Lorenzini stesso non si sottraeva, alimentando una ricca aneddotica sulla propria apatia e rischiando cos di essere scambiato per uno scansafatiche. Quasi a conferma di tutto ci, subito dopo, si parler di Linfa per indicare il 'temperamento linfatico', opposto a quello 'sanguigno', e dunque, calmo, pacato, che predomina nel popolo fiorentino.

90. Lo scrittore allude a Dante da Castiglione, il personaggio del celebre romanzo di Francesco Domenico Guerrazzi, L'assedio di Firenze (1836), divenuto proverbiale a quei tempi. Bruno Migliorini, citando un identico uso del traslato da parte di Giuseppe Cesare Abba, Schiaffino, il Dante da Castiglione di questa guerra... (Notarelle d'uno dei Mille, 1880), sottolineava che l'autore si rivolgeva a
una cerchia di lettori che aveva tutta quanta familiare l'Assedio di Firenze del Guerrazzi (Migliorini 1968, p. 86).

91. Delle due citate fioraie, figure certamente popolari per la loro bellezza all'epoca di RV, solo la Beppa ha lasciato memoria di s. Viene ricordata nel libro di cronache fiorentine di Giuseppe Conti: Sopra il piccolo altare eravi una Madonna, per devozione alla quale, la bellissima e famosa Beppa, fioraia, che nata nei primi anni del secolo visse fin dopo il 1870, vi lasciava ogni giorno un mazzo di fiori. Costei abitava a Monticelli; e quando la mattina passava dalla Porta San Frediano; regalava un fiore a tutti gli impiegati, dicendo col suo sorriso bonario, non essendo punto orgogliosa della sua bellezza: "Ecco, bambini, tenetene di conto." Essa era nota per la semplicit elegante del suo vestire, che contrastava col cappellone bianco di paglia e con lo sciallino corto che portava sempre. La Beppa, che era moglie di un giardiniere di Boboli, aveva passo libero a' Pitti, dove andava a portare i fiori: e le linguaccie, che a Firenze direbbero male anche di Cristo, dicevano che fosse nelle grazie di Leopoldo II:  un fatto per che era la prediletta di tutta l'aristocrazia, ed ebbe sempre l'abilit di non far geloso nessuno! (Conti, p. 374).

92. La fisiologia ripromessa da Lorenzini apparir in forma definitiva in M con il titolo II ragazzo di strada. Questo scritto , in realt, il risultato di una complessa e articolata composizione di una materia gi vibrante fin dal 1849 quando, anonimo su Il Lampione, era apparso un articolo intitolato Il ragazzo, che Daniela Marcheschi attribuisce senza dubbio a Lorenzini: da questo discendono un numero notevole di prove giornalistiche (per l'intero sviluppo compositivo si veda Opere, M, pp. 866-868, nota 2) che condurranno all'esito finale del Ragazzo di strada.

93. Dalla Francia si diffusero nella prima met dell'Ottocento le pi importanti riviste di moda: Parigi era il cuore propulsore dell'eleganza europea e mondiale. Anche in Italia la lettura di queste riviste (imitate poi da testate nazionali come Il Corriere delle Dame, La Moda Illustrata, Il Tesoro delle Famiglie, ecc.) era assai diffusa. L'elemento fondamentale  costituito dal figurino, realizzato di solito su un supporto cartaceo pi pesante, mediante il procedimento tecnico della litografia, che si sviluppa a partire dal 1837. Un articolo di Lorenzini, firmato ZZTZZ, uno dei suoi tanti pseudonimi ed apparso su La Lente del 3 marzo 1858, s'intitolava Il ritorno dalla caccia. Mascherata del Jokey-Club; vi si legge: Jokey-Club! Pare incredibile, che questo semplice e modesto nome, spirante tutt'al pi un certo profumo di scuderia, serva ad indicare quell'istituzione che forse pi delle altre onora il programma del nostro secolo. Noi l'abbiamo detto sempre: il miglioramento della razza dei cavalli sar la pi bella pagina nella storia dell'umanit (cfr. Carlo Collodi, Cronache dall'Ottocento, a cura di Daniela Marcheschi, Pisa, ETS, 1990, pp. 19-20).

94. Barbero: cavallo che corre il palio. Corsa de' barberi (Petrocchi). Di solito viene scritto come il Palio dei barberi, ma qui sembra quasi ci sia la volont di far coincidere barbaro/barbero con il successivo barbarismo. La corsa dei Cocchi  invece descritta con vivace umorismo in ON, Gli ultimi fiorentini, nel paragrafo intitolato Il palio dei cocchi e la corsa dei fantini.

95. Domenico Maria Manni (1690-1788), filologo e storico fiorentino, Accademico della Crusca, aveva pubblicato numerosi testi di storia toscana (Serie dei senatori fiorentini, 1722), di letteratura (Istoria del Decamerone di Giovanni Boccaccio, 1742) e di scienze varie. Il termine ruminante datogli scherzosamente da Lorenzini si rif a questa sua eccentrica cultura di pensatore ed erudito settecentesco. L'informazione, comunque, Lorenzini la trae da Repetti, vol. III, s.v. Montelupo: Se vi fu paese o castello che poteva sperare di ottenere una storia peculiare sua propria, sarebbe stato questo di Monte Lupo, tostoch esso cent'anni sono (nel 1740) ha avuto per suo potest il Dott. Domenico Maria Manni, che fu l'uomo il pi diligente ed erudito fra tanti dotti della sua et in materia di notizie municipali. Cos come, sempre dallo stesso volume del Repetti, viene tratta l'epigrafe del motto proverbiale, e la notizia aneddotica riportata anche nel poema di Lorenzo Lippi, nel canto XII, che racconta la cattura del lupo da parte dell'eroe Paride, e della conseguente origine del toponimo; come ben spiega Lorenzini nelle pagine successive.

96. Chi ha reso noto questo paese sono le sue terraglie, i famosi suoi boccali, e l'architetto e scultore Baccio, che dalla patria prese il casato, chiamandolo tutti Baccio da Montelupo (Repetti, vol. III, s.v. Montelupo). Bartolomeo di Giovanni detto Baccio da Montelupo (1469-1523), scultore, amico di Michelangelo,  noto soprattutto per la statua in bronzo del San Giovanni Evangelista (1514) posta in una nicchia di Orsanmichele a Firenze.

97. Effettivamente Lorenzo Lippi aveva anagrammato il proprio nome e con questo pseudonimo firm il suo celebre poema. Melletta: dicono moltissimi per Belletta, Melma (Fanfani 1863). I boccali di Montelupo recavano spesso dei motti popolari dipinti sui lati, e questa caratteristica aveva dato origine al motto proverbiale. Per una approfondita analisi delle ceramiche di Montelupo e della storia della loro produzione si veda Fausto Berti, Storia della ceramica di Montelupo, Montelupo fiorentino, Aedo, 1997. Filippo Pananti aveva scritto: Mirate quell'altissimo castello / Che pende sull'orribile dirupo; / Quanto abbiamo di pi antico e di pi bello / E scritto sui boccali di Montelupo. / Da Montelupo si vede Capraia, / Cristo fa le persone e poi le appaia (Pananti, p. 156; e in nota l'autore spiegava: E proverbio comune essere scritto sui boccali di Monte Lupo per dire una cosa che tutti sanno; antica come il brodetto).

98. La spiegazione dei toponimi  tratta anche questa volta dal Repetti, vol. I, s.v. Capraia: Questo nome di cerbaria [...] provano che l'etimologia di Capraja, piuttosto che alle capre, la deve alla selva selvaggia e forte (Cerbaria), da cui era allora rivestito quel poggio.

99. Il modo proverbiale  registrato in Giusti 1884, con la sola variante di Iddio al posto di Cristo; mentre nel Lapucci prende una forma pi volgare: Da Montelupo si vede Capraia, Dio fa i coglioni e poi l'appaia, e viene spiegato cos: Dalla moglie si vede il marito, dal padre il figlio, da un amico l'altro, ecc.  facile capire dal valore di una persona la qualit di quella che gli si accompagna. Si basa su un
equivoco, cio sul fatto che la Capraia nota a tutti  un'isola del Tirreno, impossibile a vedersi da Montelupo, che  nel centro della Toscana; ma si chiama Capraia anche un paesetto sopra una collina che da Montelupo (tra Signa e Firenze) si vede benissimo. Per cui quello che parrebbe impossibile da vedere, da scoprire, risulta invece facilissimo (Lapucci, p. 963, n. 1886).

100. Gran parte di questa descrizione ritorner in ON, Gli ultimi fiorentini, al paragrafo I caff.

101. Forestierismi entrati in uso nella prima met dell'Ottocento: Attenzione e per lo pi ammirazione per le cose di moda sono palesate dall'accoglimento di dandy e lion, fashion e fashionahle, high life (Migliorini 1983, p. 665).

102. Il Conte Oiy  la penultima opera di Gioacchino Rossini, su libretto di Eugne Scribe (1791-1861), rappresentata a Parigi nel 1828; qui l'allusione  forse dovuta al fatto che il Conte rossiniano era un giovane scapestrato e spendaccione.

103. Cotoletta  un francesismo (cote, 'costa'), che arriva in Italia nel Settecento; bifsteck  una forma grafica che cerca di rendere il suono inglese di beef-steak, da cui deriver di l a poco la forma italiana bistecca (prima met dell'Ottocento). Stranamente quest'ultimo termine non veniva condannato dal Fanfani-Arla 1911, p. 65 : Bistecca. Neologismo tolto dall'inglese Beef-steak, e significa una larga fetta di carne vaccina, tagliata dalla culatta o d'altronde, poco arrostita sulla gratella [...]. Come per la Bistecca  cosa buona e di salute, cos stia pure fra noi, che le faremo sempre buon viso.

104. Ovviamente il paragone con Muzio Scevola  puramente ironico. In MI, XVII, Collodi avrebbe mostrato la figura di Muzio Scevola secondo l'aneddotica tradizionale, evidenziandone l'ardire e la fermezza. La locuzione latina per esteso suona cos: Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. Si tratta di una celebre "pasquinata" rivolta a Urbano VIII, appartenente al casato dei Barberini, per le devastazioni edilizie compiute durante il pontificato e altre malefatte archeologiche. Il Papa fece fondere i rivestimenti bronzei del Pantheon per ricavare il baldacchino di San Pietro.

105. Deposito: si usa generalmente per Persona che, o per et o per cagionevolezza o per natura uggiosa, sia alieno da ogni spasso, tema che tutto gli alteri la sanit, che sia insomma una morte bazzicare con esso. [...] in Firenze chiamano Deposito il monumento che contiene le spoglie mortali di un individuo; e cos fanno il giochetto di parole e il contrapposto di significato (Fanfani 1863).

106. Come afferma Lorenzini, questo celebre Caff fiorentino fu il ritrovo degli artisti, in particolare dei Macchiaioli e da questi poi celebrato: si veda Telemaco Signorini, Caricaturisti e caricaturati al Caff Michelangiolo, Firenze, Civelli, 1893, e, inoltre, Ettore Spalletti, Gli anni del caff Michelangiolo (1848-1861 ), Roma, De Luca, 1985. Collodi stesso era assiduo frequentatore del Caff Michelangiolo (cfr. Oltre l'ombra di Collodi, pp. 105-110).

107. Il francesismo pied--terre "alloggio provvisorio, di passaggio", trascritto in questa forma italiana, retrodata di almeno trent'anni la prima registrazione del termine attestato dal Petrocchi, nella forma piedatterra: casa o
quartiere fuori del domicilio che si tiene per passarci qualche ora. Andando a Firenze mi son serbato una stanza per avere un piedatterra. Ospizio de' frati che vengono in citt.

108. La grafia del nome di questo Caff-pasticceria non  cos certa, il Conti lo trascrive nella forma Wital e ci ricorda che questo Caff: Wital in Via Por Santa Maria, chiuso dopo il 1880, non era fra i secondari di certo (Conti, p. 463).

109. Buona pelle: una buona pelle! Di certe persone scaltre e fiere, colle quali c' poco da scherzare (Petrocchi). Al contrario Lorenzini scherza con quella buona pelle del grande storico fiorentino Francesco Guicciardini (1483-1540).  caratteristica dell'umorismo dello scrittore (ne abbiamo avuto parecchi esempi) quella di familiarizzare, e far familiarizzare i suoi lettori, con i grandi personaggi della storia e della cultura, riducendoli bonariamente a tipi, che ognuno avrebbe potuto incontrare per la strada, e con cui avrebbe potuto intrattenere una conversazione. La definizione di granaio della repubblica fiorentina del Guicciardini  suggerita dal Repetti, vol. III, s.v. Empoli (cos anche tutte le successive informazioni di carattere storico-geografico).

110. Il marmo detto fangite  una variet d'alabastro che decora molte chiese toscane (in particolare quella di San Miniato a Monte); il verso leonino  un esametro latino i cui due emistichi rimano tra loro. Guido Guerra I era un discendente dei Conti Guidi, grande famiglia di conti Palatini, che regnarono in Ravenna; pare che abbia avuto questo soprannome Guerra per il suo desiderio innato d'arme, come ricordava anche il Boccaccio (Commento alla Commedia). Spos nel 1104 la contessa Imilia figlia di Rainaldo ed ebbe da lei un figlio, Guido Guerra II. Guido Guerra I fu dunque il capostipite della dinastia dei Guido Guerra, uno dei quali, Guido Guerra VI,  ricordato da Dante (Inferno, XVI, 37-39).

111. Il nobile fiorentino Manente degli Uberti (inizio XIII sec. - 1264), soprannominato Farinata, si dice per via dei suoi capelli biondi (ma pensiamo al soprannome di Geppetto, Polendina, in AP, per via del colore giallo della sua parrucca), fu fiero capo dei Ghibellini e riusc per ben due volte a sconfiggere i Guelfi, una prima volta con l'aiuto di Federico II e, la seconda, con la battaglia di Montaperti (1260). Mor prima di vedere la definitiva sconfitta dei Ghibellini e la loro cacciata senza ritorno da Firenze. Dante lo incontra nel canto X dell'Inferno, vv. 32 sgg.: Vedi l Farinata che s' dritto: / da la cintola in su tutto 'l vedrai. L'episodio della sua opposizione al nefando consiglio, cui accenna Lorenzini,  legato al progetto dei capi ghibellini, riuniti a Empoli, di attaccare e distruggere Firenze. Farinata si oppose strenuamente a questa decisione. La statua che raffigura il ghibellino  collocata in una nicchia degli Uffizi e fu eseguita da Francesco Pozzi (1790-1844).

112. Quanto all'empolese Barrier, si veda qui la nota 55. La tradizione dell'asino volante nel giorno del Corpus Domini  ricordata anche da Filippo Pananti: Ecco ad Empoli siam, famosa terra [...]. / Potrei qualche cosetta raccontare / D'una che qui si fa bizzarra festa, / Dove si vede un asino volare, / Ma una gran meraviglia non  questa; / Non  la terra d'Empoli la sola / Dove si vede l'asino che vola (Pananti, canto XXXIX, vv. 133 e 139-144). L'ironica
considerazione sul finale del capitolo diverr il titolo per la commedia in due atti I ragazzi grandi, andata in scena nell'agosto del 1873, ma trascritta in prosa nello stesso anno e, con lo stesso titolo (e con il sottotitolo di Bozzetti e studi dal vero), pubblicata nel Fanfulla in 23 appendici dal 4 marzo al 5 aprile 1873 (cfr. la Nota di Daniela Marcheschi all'edizione da lei curata: Carlo Collodi, I ragazzi grandi, Palermo, Sellerio, 1989, pp. 105-113).

113. Alessandro Lanari ( 1787-1852) fu figura di primo piano nel mondo del teatro e del melodramma, con una trentennale attivit iniziata intorno al 1820. La sua Impresa era una perfetta macchina organizzativa, che ben presto si impose in tutta Italia e che gli fece meritare l'appellativo di Napoleone degli impresari, forse anche per aver distribuito ruoli rilevanti nell'organizzazione aziendale a parenti stretti (fratelli, figli e nipoti), che curavano i costumi, le scenografie, la gestione dei cantanti.

114. I due modi di dire raccontano, attraverso il Vangelo, due episodi quasi analoghi: Ges, dopo l'arresto, fu condotto dai sommi sacerdoti Anna e Caifa (Caifasso), e, successivamente, fu mandato da Pilato ad Erode; il significato  dunque quello di "essere rimandati da una persona all'altra senza prendere decisioni", quindi, nel caso del teatro della Pergola ci fu un disaccordo organizzativo che port al fallimento l'impresa.

115. Il francesismo  qui usato con intento umoristico; ma il termine risultava condannato dai puristi: Nel dare i ragguagli di una festa, di un convitto, di una serata di gala al teatro, per dire che c'era il fiore, la parte pi eletta, pi notabile della cittadinanza, la senti indicare con la frase: La crema della societ! Ma badiamo che la crema inacidisce! Lettore, lascia ai gazzettieri questa Crme, sorella carnale della Fine-fleur, e dell'altra britannica High-life, perch costoro non sapendo la lingua propria, ricorrono alle straniere... (Fanfani-Arla 1911, p. 129).

116. L'Accademia, fondata nel 1651 da nobili fiorentini (questa  la ragione della battuta del Lorenzini riferita alla loro gentilizia immobilit), fu artefice della realizzazione del teatro della Pergola, ricavato da un antico tiratoio dell'Arte della Lana, in via della Pergola, trasformato per l'occorrenza. L'archivio storico dell'Accademia (affidato alla Biblioteca Spadoni di Firenze) raccoglie un vasto ed importante materiale documentario (dal 1644 al 1942) con manoscritti, manifesti, libretti d'opera.

117. Carlotta Marchionni (1796-1861), attrice, fu legata sentimentalmente allo scrittore Ludovico di Breme (1780-1820). Amalia Bettini (1809-1894), attrice, ebbe, nell'inverno del 1835, una breve ma intensa amicizia amorosa con il poeta Giuseppe Gioachino Belli. A Carolina Internali (1793-1859) sono indirizzate numerose poesie di Silvio Pellico (1789-1854): si veda la biografia di Mario Consigli, Biografia della celebre attrice livornese, Carolina Internari, Livorno, Vannini, 1870, ma anche Giuseppe Donateo, Carolina Internari, Firenze, Nuova Fortezza, 1995. Maddalena Pelzet (1802-1854), attrice di cui si invagh Antonio Ranieri (1806-1888) - che, per seguirla, abbandon Leopardi a Roma, dal dicembre 1832 all'aprile 1833 -, fu ammirata da scrittori quali Giovan Battista Niccolini (1782-1861); a lei  dedicata una poesia di Antonio Guadagnoli (1798-1858): A Maddalena Pelzet (1832). Adelaide Ristori (1822-1906) fu la pi famosa di questo gruppo, attrice tragica di
grande spessore molto ammirata in tutta Europa (recitava correttamente in francese e in inglese); erano famose le sue "intemperanze" patriottiche, durante il Risorgimento, quando interrompeva la recitazione per perorare la causa dell'unit d'Italia. Fanny Sadowski (1826-1906)  attrice legata all'opera drammaturgica di Lorenzini: in particolare, la compagnia Astolfi-Sadowski avrebbe dovuto portare sulle scene la sua commedia Gli amici di casa (1856). Amalia Fumagalli lavor dapprima con la Compagnia Domeniconi, poi pass a quella di Lipparini ed infine con la Compagnia di Luigi Bellotti Bon. Clementina Cazzola (1832-1868), figlia d'arte, lavor nelle pi celebri compagnie teatrali italiane e mor giovanissima di tubercolosi: su di lei si veda Arnaldo Picchi, Clementina Cazzola. Una grande attrice dell'Ottocento, Mantova, Casa del Mantegna, 1990.

118. Luigi Vestri (1781-1841) fu un grande interprete goldoniano. Gustavo Modena (1803-1861) fu maestro di Tommaso Salvini e di Ernesto Rossi; per il suo forte impegno politico, da mazziniano, partecip ai moti del 1831 e fu costretto all'esilio in Svizzera e a Londra (si veda Terenzio Grandi, Gustavo Modena. Attore e patriota, Pisa, Nistri-Lischi, 1968). Luigi Taddei (1802-1866) fu attore dalla potente presenza scenica, da grande mattatore: gli altri, specie al suo cospetto, si dimostrano degli incapaci. Tolto lui sparisce la luce. A volte vien da pensare che per attenuare il divario il Taddei reciti al di sotto delle proprie capacit (cos si legge in una recensione teatrale del 1844 riportata in Percorsi di critica. Un archivio per le riviste d'arte in Italia dell' Ottocento e del Novecento, a cura di Rosanna Cioffi e Alessandro Rovetta, Milano, Vita e Pensiero, 2007, pp. 75-76). Gaetano Gattinelli fu uno dei pi valenti attori della Compagnia Reale-Sarda; in questa stessa Compagnia aveva recitato Luigi Bellotti Bon (1820-1883) insieme alla cugina Adelaide Ristori. Bellotti Bon, Tommaso Salvini (1829-1915) ed Ernesto Rossi (1827-1896), formavano la triade dei pi grandi attori del teatro drammatico ottocentesco italiano, celebrati e acclamati dal pubblico e dalla critica. Gaspero Pieri era attore e capocomico, cos come Luigi Pezzana (1814-1894), che fu chiamato a dirigere una delle Compagnie teatrali fondate da Luigi Bellotti Bon.

119. Transarnini, cio coloro che stanno oltre l'Arno. L'idea che, per il Fiorentino, superare il confine del proprio quartiere fosse considerato un vero e proprio viaggio sar ribadita in ON, Gli ultimi fiorentini, nel paragrafo II fiorentino viaggiatore.

120. Un ercole  un deonimico diffuso per indicare "un uomo forte", "un lottatore". Ancora una volta lo scrittore fa dell'ironia sul teatro e i suoi interpreti; in particolare queste citate compagnie comico-acrobatiche, ridicole nella loro enfasi recitativa (ma un'altra metafora spesso usata dal Nostro  quella del Tiranno da tragedia, che urla e si agita, a indicare una persona scalmanata), ricordano quella che, in AP, X, si incontra nel Teatro dei Burattini, definita drammatico-vegetale. Il toro di Falaride era il famoso toro di metallo, usato come supplizio da Falaride, tiranno di Agrigento: al suo interno venivano poste le vittime, si accendeva poi un fuoco che rendeva incandescente la scultura, e le urla dei condannati, uscendo dalla cavit della bocca dell'animale, producevano una sorta di muggito. Cfr. Opere, PS, p. 1071, nota 4.

121. Luigi Cannelli, attivo dal 1855, discepolo di Luigi Del Buono (1751-1832), che fu il creatore della maschera e il pi famoso degli Stenterelli, interpretava, rispetto al maestro, uno Stenterello pi volgare e per questo fu detto Stenterello Porcacci. Per le sue frequenti e sboccate allusioni al Granduca Pietro Leopoldo era spesso arrestato in scena e portato a passare la notte al Bargello. A lui Giuseppe Giusti dedicher i versi di una tiritera in sette o otto canti che racconter i casi di Stenterello, intorno al 1845 (cfr. Giusti 1980, pp. 665-682).

122. Amato Ricci era realmente amato dal pubblico, il beniamino dei fiorentini, per il suo modo simpatico di recitare e di dire barzellette e frizzi pulitamente, senza le sguaiataggini di altri suoi colleghi, facendo ridere per la sua spontaneit e le mosse curiose ed originali. Pi che Stenterello, poteva dirsi un vero caratterista, ed andavano a sentirlo anche i signori i quali nelle ultime sere di carnevale vi mandavano i figliuoli, accompagnati dalle governanti e dai precettori. Perfino il Granduca andava qualche volta a sentire il Ricci, e vi mandava i piccoli Principi (Conti, p. 483).

123. Cio i seguaci della Musa del Canto (Melpomene) e della Musa della Commedia (Talia).

124. Le Antiche Stinche erano le carceri dei debitori: Questo sedicente professore col disegno dell'architetto Francesco Leoni, oltre all'edificare sulla vecchia area delle Stinche molte botteghe, e comode ed eleganti abitazioni, fece costruire una stupenda cavallerizza con annessa scuderia e la famosa gran sala, detta della Filarmonica, di stile dell'Impero, tal quale oggi si vede. La cavallerizza fu costruita dove era prima il lavatoio; ed a questa era congiunto il locale per gli esercizi equestri, lungo settanta braccia, largo trenta ed alto ventitr, che prendeva luce da due grandi lanterne a cristalli. Codesto locale ced poi il luogo al teatro Pagliano, che diede lo sfratto ai cavalli per dar posto... ai cantanti (Conti, p. 447).

125. Ha inizio in questa pagina la lunga tirata satirica nei confronti di Girolamo Pagliano, sicuramente uno dei "pezzi" umoristici pi riusciti di Collodi. Il Pagliano era in Toscana popolarissimo; a Firenze sin da quando, giuntovi da Napoli, ridotto al verde dai giuochi di Borsa e fallito, lo fischiarono baritono esordiente sul teatro di Borgognissanti; a Prato ove di l a poco il pubblico sanzion di grugniti la sentenza dei fiorentini [...]. Ora, laureatosi in medicina a Parigi e di Chiron scoperta la ricetta / del balsamo vitale sempiterno / tra i scartafacci dell' avo materno (come cant in un poema eroi-comico-storico-critico-filosofico di sedici canti - La Paglianeide - un suo ammiratore e biografo) tornava a Firenze ricco a milioni e per vendicarsi contro la sorte dei due fallimenti - quel della Borsa e quel della scena - edificava un teatro vastissimo l dove gi sorgevano le Stinche, antiche carceri dei debitori (Martini, p. 174). La Paglianeide (Firenze, Le Monnier 1854), era stata composta dal pittore Cesare Paganini, ma Pagliano sopravvisse di altri venticinque anni al poema biografico. Pagliano era divenuto dunque una sorta di macchietta popolare: oltre che della clamorosa ricchezza ottenuta dalla vendita di un purgante, si rideva del suo aspetto trasandato, delle sue vesti sordide, del suo cappello a cilindro sempre ammaccato. Lorenzini, che, si racconta, con il Pagliano giocava alle carte
d'azzardo, ne fece fin dai suoi primi scritti giornalistici, un luogo comune umoristico (forse anche per vendicarsi delle perdite al gioco...)- Le pagine che seguono mettono a punto precedenti scritti giornalistici (apparsi sullo Scaramuccia dal settembre al dicembre del 1854); da qui passeranno ad ON, Gli ultimi fiorentini. Pagliano e, soprattutto, il suo siroppo erano ben noti in Italia e queste del Lorenzini non sono le uniche attestazioni letterarie che lo riguardano. Lo troviamo sarcasticamente citato nell'Antiafrodisiaco per l'amor platonico (1851) di Ippolito Nievo (1831-1861), e da Giovanni Rajberti (1805-1861) nel suo Viaggio di un ignorante (1857): cfr. Randaccio 2006, P come Pagliano, pp. 73-82.

126. per il termine puff si veda qui la nota 14; in questo caso si terr conto della seconda accezione del termine: "discorso reclamistico, annuncio pubblicitario ciarlatanesco". Il celebre scultore fiorentino Benvenuto Cellini (1500-1571) da giovane era stato indirizzato dal padre verso la musica, in particolare, perch naturalmente dotato, al canto, ma anche allo studio del flauto, che la graffiante ironia del Lorenzini trasforma in un semplice piffero.

127. Antonio Tamburini ( 1800-1876), basso-baritono: nel suo repertorio spiccano le interpretazioni di opere di Donizetti e di Bellini; di quest'ultimo aveva interpretato il quartetto dei Puritani, insieme al tenore Giovanni Battista Rubini, al soprano Giulia Grisi e al basso Luigi Lablache (1794-1858).

128. Il tono biblico della chiamata declina un attimo dopo quando viene esplicitata la ragione di tale vocazione. Interessante quel nome lasciato a met, tipico di una procedura da romanzo d'appendice, precisamente corrispondente ad uno dei dettami della ricetta del professor Pagliano che verr esposta pi avanti.

129. Pagliano, nell'opuscoletto che accompagnava la bottiglia dello sciroppo, scriveva: la composizione del quale non  altro che sugo di erbe semplici, che non furono mai conosciute in medicina, e delle quali, merc le mie assidue ricerche, e reiterati esperimenti, il caso mi fece fare la scoperta. La ricetta di questo Sciroppo non la pubblico; ma trattandosi di utilit generale, ho preso delle misure per evitare che torni nell'oblio per qualunque evento mi potesse accadere.

130. Sulla Lanterna di Diogene del 25 maggio 1857 era apparsa una caricatura che mostrava l'edificio del teatro Pagliano trasformato in un'enorme bottiglia di sciroppo (cfr. Oltre l'ombra di Collodi, p. 154).

131. L'iscrizione  la parodia di ben altra lapide commemorativa incisa per ricordare una grande impresa edificatoria: i cosiddetti murazzi o dighe veneziane costruite tra Malmocco e Pellestrina in difesa della Laguna veneta (1744-1781). L'originale iscrizione diceva Ausu romano, aere veneto "con ardimento romano, con denaro veneziano" (cfr. Giuseppe Fumagalli, L'ape latina. Dizionarietto di 2984 sentenze, proverbi, motti, divise, frasi e locuzioni latine, Milano, Hoepli, 2005, ma prima ed. 1911, p. 23).

132. Galeno di Pergamo (129-216), celebre medico greco le cui teorie hanno influenzato pi di mille anni di storia della medicina. Basandosi sulle teorie d'Ippocrate, ha tramandato nei suoi trattati la teoria ippocratica che definiva
fondamentalmente quattro umori capaci di regolare e governare il nostro corpo. Ma, a veder bene, la medicina praticata da Pagliano opera su un umore, anzi sul senso dell' umorismo-, umorista, infatti, nella sua originale accezione etimologica era appunto colui che studiava gli umori fisiologici: Pagliano era dunque, involontariamente, un vero umorista. Il famoso libretto allegato allo sciroppo aveva il magniloquente titolo: La medicina per i padri di famiglia. Trattato sullo Sciroppo Antacido Britannico di lunga vita, depurativo e rinfrescativo del sangue, ossia modo di evitare, curare, e guarire le malattie in generale, mediante la depurazione del sangue, a portata delle persone che non hanno studiato la medicina (Firenze, Le Monnier, 1844).

133. Antonio Franconi (1737-1836), uno dei pi grandi impresari della storia del circo, apr a Parigi una scuola di equitazione e fond il Cirque Olympique, che in breve raggiunse fama universale (cfr. Giancarlo Pretini, Antonio Franconi e la nascita del circo, Udine, Trapezio libri, 1988).

134. Il macao (anche maccao, makao, macca) era un gioco d'azzardo di carte molto in voga nell'Ottocento; il nome deriva dall'isola di Macao, a quei tempi colonia portoghese in Cina. Il termine aristarco indicava un "critico severo": si tratta di un deonimico che deriva dal nome del grammatico greco Aristarco di Samotracia (216 a.C. - 144 a.C.).

135. Herman Boerhaave (1668-1738), fu un celebre medico olandese, ammirato da Linneo e Voltaire, rispettato da principi e sovrani. La sua fama fece guadagnare prestigio alla scuola di medicina dell'universit di Leida dove insegnava. La sua reputazione super infatti le frontiere dell'Europa, come  accertato dall'aneddoto sul mandarino cinese riportato da Lorenzini. L'episodio  un vero e proprio topos delle biografie su Boerhaave, come si vede in Edmondo De Amicis, Olanda (Milano, Treves, 1882, p. 256): celeberrimo medico leidese Boerhaave, alle lezioni del quale assisteva Pietro il Grande, e accorrevano a lui malati da tutti i paesi del mondo, e gli era recapitata una lettera d'un mandarino chinese senz'altro indirizzo che all'illustre Boerhaave, medico in Europa.

136. Crittogama  definita ogni pianta appartenente alle Crittogame; pi genericamente cos  detto l'oidium che infesta la vite. Di conseguenza, per metafora, una "malattia contagiosa, diffusa, una peste sociale", e cos la intende Lorenzini. E cos la intendeva anche quando, su L'Arte del 28 settembre 1853, pubblicava un pungente articolo, a firma Carlo L...., dal titolo La crittogama all' Accademia di belle arti.

137. Questo peccato di poesia richiama alla mente un verso del celebre componimento leopardiano All'Italia-, la vita che mi desti ecco ti rendo (v. 60).

138. Tutte le indicazioni che seguono sono tratte dal Repetti, vol. V, s.v. S. Miniato al Tedesco.

139. Il dio Pan: Pane. Dio de' pastori.  Per i panteisti, La natura.  Il gran Pane. T. Lett. Personaggio di cui si favoleggiava rimpianta generalm. la perdita (Petrocchi) .

140. Questo episodio  riportato anche nel tomo terzo della Storia della Toscana di Lorenzo Pignotti (Firenze, Ciardetti,
1824, p. 232): Un terrazzano, detto Luparello, concert col Capitano dei Fiorentini il modo d'impadronirsene: aveva veduta nelle mura una porta murata a secco in luogo poco osservato: nella notte ne smur tanta parte, s che si potesse entrare un uomo.... Pi oltre, nel testo, si fa riferimento ai Signori XII, ovvero i Dodici Probiviri (o come li chiama il Repetti "XII buonomini") che governavano la citt.

141. Bullettinajo: propriamente colui che vende i bullettini all'ingresso dei teatri (Fanfani 1863). In questo caso si tratta del 'bigliettaio' del treno, ma la terminologia ferroviaria, come abbiamo gi notato, in quei primordi era ancora in una fase di sviluppo e assestamento.

142. Il modo di dire  tratto dalla classicit: Morfeo, figlio di Ipno, era il dio dei sogni. Il toscano Morfeo, cos Giusti chiam il Granduca di Toscana: Il toscano Morfeo vien lemme lemme / Di papaveri cinto e di lattuga, / Che per la smania d'eternarsi asciuga /Tasche e maremme (L'incoronazione, 1838, vv. 25-28). Parisina  il celebre melodramma di Gaetano Donizetti (1797-1848), su libretto di Felice Romani (1785-1865); nel secondo atto accade che Parisina, addormentatasi, viene spiata nel sonno dal geloso marito Azzo d'Este: nel sonnambulismo la donna svela il suo amore per Ugo, scatenando l'ira del consorte.

143. Lorenzini riporta il termine in francese fichu-, in Italia aveva per gi assunto la forma fisci: fazzoletto da
collo, ma scempio, triangolare, con gale o altro guarnimento, e anche senza, con cui le donne si coprono il seno e le spalle. Voga francese, di uso comune (Fanfani 1863).

144. Il cimurro  malattia di animali: quella infermit del cavallo o del cane, la quale avviene quando sono nel capo assai infreddati (Fanfani 1863), che ironicamente Lorenzini attribuisce agli uomini; ma si dice anche scherzosamente per "forte raffreddore". Il termine vantaggio  registrato dal Fanfani anche con l'accezione di 'soprappi'; quindi il parlatore di vantaggio sar quello che eccede nel parlare. Indicava anche la 'soperchieria', e il giocatore di vantaggio era un giocatore che voleva vincere sempre (cos come il parlatore vorr sempre parlare).

145. Si sovrappongono in questa battuta due sentenze latine: vita misero longa, felici brevis e ars longa, vita brevis.

146. Le informazioni esposte dal Lorenzini per queste due localit sono state ricavate dal Repetti, vol. IV, s.v. Romano (San) e Rotta.

147. Martinicca: congegno per frenare i barrocci o le carrozze nella scesa [...]. Metti la martinicca. Tira, Allenta la martinicca [...]. fig. Vogliono metter la martinicca al liberalismo (Petrocchi).

148. Fornaciaio: chi lavora alla fornace.  Padrone di una fornace (Petrocchi).

149. Anche le notizie relative a Pontedera sono prese integralmente dal quarto volume del Repetti, alla voce Pontedera. Mentre quelle relative a Cascina si leggono nel primo volume, alla voce Cascina (anche l'etimologia del toponimo  presa integralmente dal Repetti).

150. Stellone: dicesi per calore grandissimo di sole, il gran sole dell'estate (Fanfani 1863).

151. Cfr. Repetti, vol. III, s.v. Navacchio.

152. Lorenzini riprende il dialogo con i suoi lettori e si prepara a mostrare gli ingredienti della ricetta del professor Pagliano per ottenere un buon romanzo sociale. Intanto ha gi mostrato con simili salti narrativi (e temporali) quanto questo Romanzo in vapore non sia tanto rispettoso delle regole narrative tradizionali.

153. L'espressione romanzo sociale indicava quei romanzi che, seguendo la scia dei Misteri di Parigi di Eugne Sue, raccontavano realt sociali fino ad allora sconosciute (quelle delle periferie, dei bassifondi, del proletariato: storie di miseria e dignit, di orrore e violenza, di morte e sacrificio); realt che gli scrittori analizzavano, prendendone le difese o le distanze, ma sempre cercando di narrarle dal di dentro, come fossero inviati speciali nel ventre delle metropoli in cui queste vite brulicavano.

154. Effettivamente Girolamo Pagliano era un uomo di grossa stazza: Lo vedo come se fosse presente. Alto, grosso floscio, terreo nella faccia, chi non lo sapesse straricco poteva prenderlo per straccione (Martini, p. 174).

155. Lorenzini fa un uso frequente di questi traslati onomastici, con intenti antifrastici; come in ON, Il ragazzo di strada, quando affermer che il birichino di Firenze  il Paganini della bestemmia. Era, e lo  tuttora, una prassi consueta del giornalismo (umoristico e non) quella di creare neologismi attraverso l'uso metaforico dei nomi propri. Lorenzini, da questo punto di vista, pu dirsi un antesignano dotato di un grande talento onomaturgico.

156. Come non vedere in questa immagine quella dell'Omino di burro di AP, XXXI, che trasporta nel suo carro i bambini incantati e incatenati dalle sue suadenti parole, diretti verso un mondo di pura fantasia che si riveler inesistente e, allo stesso tempo, terribilmente reale.

157. Inizia qui la dissacrante manipolazione di un sistema narrativo nuovo, ancora in corso di sedimentazione, ma che mostrava gi i suoi meccanismi e le sue articolazioni. E l'occhio critico e acuto di Lorenzini  abile nel riconoscerli, nel catalogarli. Il luogo comune della "notte buia e tempestosa"  il fondamentale incipit di ogni romanzo popolare che si rispetti. Di fatto, Lorenzini user questo stereotipo proprio nel primo capitolo dei Misteri di Firenze. Ma, sempre nei Misteri (all'inizio del capitolo XIII), lo scrittore avrebbe rivelato il trucco: Suonavano le 11 della sera e pioveva a dirotto. (Che il lettore non si meravigli se nel mio romanzo piove cos spesso: si rammenti che siamo d'inverno, e che l'inverno a Firenze, non pecca mai di siccit - eppoi, che colpa c'ho io se per l'appunto quella sera pioveva?).

158. Un'analoga brevissima apparizione si riscontrer in AP, XXI. Si tratta del Padrone della vigna che, grazie alla sua tagliola, ha catturato il burattino: E la sua meraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di sotto il pastrano, s'accorse che, invece di una faina, c'era rimasto preso un ragazzo.

159. Ecco un altro stereotipo letterario: costruire lentamente la suspense per mezzo di salti di tempo e di luogo per tutta la narrazione. La diegesi del romanzo popolare, come di quasi tutta la paraletteratura d'appendice,  molto
spesso disarticolata, proprio per non dare mai al lettore (finch  possibile) una soluzione, e per tenerlo stretto al carro della fantasia e alla puntata successiva.

160. Non deve mancare, tra i personaggi, la povera fanciulla ingenua e casta, magari da traviare o comunque da tormentare. Per l'analisi di tutte queste "icone" della narrativa popolare, ma anche per una pi approfondita disamina del romanzo popolare di e "alla" Eugne Sue, rimandiamo al celebre saggio di Umberto Eco, Il superuomo di massa, Milano, Bompiani, 1986, in particolare alle pp. 19-67.

161. Nei Misteri di Firenze, proprio nell'ultimo capitolo del primo e unico volume (come sappiamo il romanzo fu interrotto), far la comparsa un personaggio che negli aspetti fisionomici e psicologici risponde alle caratteristiche di questo vecchio dalla faccia sinistra effigiato nella ricetta del Pagliano. Per certi aspetti sordidi del carattere, il vecchio (ma anche quello descritto in MF, XVIII) richiama con evidenza il terribile notaio Jacques Ferrand dei Misteri di Parigi di Sue.

162. Girare o anche ciurlare nel manico: si dice di chi non corrisponde all'opinione che si aveva di lui e non regge alla prova che se ne faccia;  modo di dire tolto dagli arnesi che non stanno ben fissi nel manico, e per male si possono adoperare (Fanfani 1863).

163. Questa parodia ha colpito nel segno: per fare un romanzetto sociale che si legga dalla prima all'ultima pagina, si deve tener conto degli stereotipi letterari appena illustrati: ingredienti infallibili e collaudati. Pertanto, Lorenzini ne far buon uso nelle successive prove romanzesche: nei Misteri di Firenze del 1857, e, ventitr anni dopo, nelle Avventure di Pinocchio, in cui trovano applicazione i trucchi e gli "ingredienti" della ricetta Pagliano, molto spesso in maniera non immediatamente riconoscibile.

164. Abbiamo mostrato, proprio nella nota d'apertura, come il termine vapore, nell'epoca della sua totale diffusione industriale (forza energetica assoluta che ha "messo in movimento" il diciannovesimo secolo verso il futuro), fosse una parola carica di magici simbolismi. Un titolo che richiamasse questa magia non poteva che essere un buon titolo. Come dare torto all'editore? Si noti come, sia in questo romanzo sia nei successivi MF, Lorenzini cercher di scaricare sul proprio editore le responsabilit del possibile fallimento editoriale.

165. Mode e modi che arrivavano anche nelle nostre citt da lontane contrade. Moderne forme di galateo che Antonio Bresciani trovava discutibili, come scriveva nei suoi Ammonimenti di Tionide al giovine Conte di Leone-. Ora, al primo vedersi, una stretta di mano all'americana, darsi del tu, pigliarsi sotto il braccio alla scapestrata, ecco le gentilezze del moderno galateo (Opere, Roma-Torino, Marietti, 1865, vol. II, p. 187).

166. Il letto di Procuste  un modo di dire derivato dalla classicit. Procuste era un ambiguo personaggio che torturava i propri ospiti costringendoli a distendersi su un letto e "pareggiandone" le misure o distorcendone le membra o amputandole, a seconda del caso (cfr. Opere, PS, p. 1071, nota 4).

167. Le informazioni sono tratte dal Repetti, vol. IV; ovviamente sono una sintesi, visto che la voce Pisa occupa ben 103 pagine del volume.

168. L'episodio  quello terribile evocato da Dante nel XXXIII canto dell'Inferno (vv. 1-78). Dall'iconografia dantesca (La bocca sollev dal fiero pasto), Collodi aveva ricavato un termine deonimico che possiamo considerare un vero e proprio unicum, e che si legge in M, La storia di un furbo: Roboamo, dalla bile che lo mangiava, voleva mordersi ambo le mani: ma parendogli una Conte-Ugolinata ormai passata di moda, and a rinchiudersi in camera.

169. Il celebre Caff pisano, con sede in Palazzo Agostini sul Lungarno, era stato fondato nel 1775 e fu frequentato dai pi importanti personaggi della cultura e della politica ottocentesca. Giuseppe Giusti lo immortal nelle sue Memorie di Pisa (1842): Lasciai di Pisa / La baraonda / Tanto gioconda. / Entrai nell'Ussero / Stanco, affollato; / E a venti l'ultimo / Caff pagato, / Saldai sei paoli / D'un vecchio conto (vv. 9-17).

170. Si tratta di Oliver Goldsmith ( 1728-1774), il poligrafo inglese pi conosciuto come autore del romanzo Il vicario di Wakefield ( 1766), ma che tra le altre sue opere di forzato della penna, come si era definito, vanta un Compendio della storia romana del Dott. Goldsmith, recato in italiano da Francesco Villardi, Pesaro, Tip. Nobili, 1834. A differenza del capitolo su Pisa (e di altre localit), Lorenzini non sintetizza le informazioni del Repetti (la voce Livorno comprende 77 pagine del secondo volume), ma si lancia in una digressione da turista fiorentino che osserva la Livorno contemporanea senza fornire alcun dato storico-geografico (o solo molto scarsi). Questo capitolo su Livorno fu ripreso dal Collodi nell'appendice Una corsa a Livorno sulla Nazione del 21 luglio 1860 (cfr. Opere, PS, p. 1111, nota 1 ).

171. Questo comunello di baracche peschereccie, questa societ di reietti d'ogni risma e d'ogni colore, questi fautori del socialismo, sembrano, anzich i primi abitatori di Livorno, una pi moderna forma di sottoproletariato che poteva far da sfondo ad un romanzo sociale: proprio in quegli anni si pubblicavano I misteri di Livorno di Cesare Monteverde (Volterra, 1853-54). Con un analogo titolo Il mio e il tuo, Collodi pubblicher un articolo sul Fanfulla del 6 novembre 1873; ma precedentemente in ON, Il ragazzo di strada, era stato espresso un medesimo concetto sul possedere e/o rubare: Due pronomi possessivi hanno sempre tiranneggiato l'umanit: il Mio, e il Tuo.

172. Per certi versi quest'ultimo capitolo si ricollega al primo: il sangue monetato che scorre nelle arterie della citt commerciale ha lo stesso colore di quello che scorre nel popolo mercante americano che proclama che il tempo  denaro.

173. I sugheri ovviamente sono i galleggianti che allacciati al corpo fungevano da salvagente. Il Forte dei Cavalleggeri e la spianata dei Cavalleggeri (ora Terrazza Mascagni) era un grande tratto del belvedere del lungomare livornese. L'Ardenza  un quartiere di Livorno, anch'esso con un importante lungomare.

174. Il francesismo qui suona ironico, ma bisogna sottolineare che il termine non era ancora del tutto entrato a far parte della nostra lingua: Cos prima che prevalessero turismo e turista le due parole si vedono pi spesso in forma francese (tourisme e touriste) che nella forma originale inglese (Migliorini 1983, p. 739).

175. La citt tedesca era assurta, per antonomasia, a luogo di Cure (termali) e dunque anche a luogo di ristoro e vacanza. Si veda pi avanti nella Guida civile e commerciale allegata a RV, quando si descrive l'Hotel de la Victoire di Firenze: i Bagni di Lucca vengono definiti questo Baden-Baden della Toscana. Nel lungomare dell'Ardenza erano stati edificati intorno agli anni Quaranta dell'Ottocento una serie di edifici in stile neoclassico, e successivamente un unico edificio dalla particolare forma, composto da unit abitative (322 stanze) che dovevano ospitare i turisti di passaggio a Livorno.

176. Per semel si veda qui la nota 21. Il chifel era un piccolo panellino a forma di luna crescente, fatto di fior di farina, e con del burro. Si cominciarono a fare in Vienna, mentre era assediata da' Turchi nel 1685; e si diede la forma di mezza luna appunto perch la mezza luna  insegna de' Turchi. La voce  rimasta a noi tale quale, e come son buoni que' panellini, cos, bench tedesca, in Italia, bisogna chiamar buona la voce (Fanfani 1863).

177. Ancora una volta un riferimento all'episodio dantesco di Cerbero (Inferno, VI, 26-27): prese la terra, e con piene le pugna, / la gitt dentro le bramose canne.

178. Il pittore Ademollo  Carlo, fratello di Alessandro, grande amico di Collodi e collaboratore del giornale L'Arte. Carlo Ademollo (1824-1911) fu tra i frequentatori del Caff Michelangiolo di cui decor, con una scena della Disfida di Barletta, uno spazio della sala riservata agli artisti. Fece anche parte del secondo Battaglione Fiorentino nella guerra del 1848, insieme a Carlo Lorenzini. Molta della sua produzione pittorica ha temi risorgimentali; sua  la grande tela della Presa di Porta Pia (1880). Verr ricordato pi avanti nella Guida civile e commerciale allegata a RV tra i pittori operanti a Firenze.
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FINE.